Regina Spektor sembra costantemente in equilibrio tra le scelte stilistiche che richiamano i suoi primi apprezzati lavori e una sua intrinseca curiosità che la spinge ad affacciarsi a sperimentalismi sicuramente non scontati. Certo, in passato – e soprattutto a fronte della visibilità ottenuta grazie i “You got time”, sigla della ormai celebre serie “Orange is the new black” – si è già abbondantemente discusso sulla sua positiva non convenzionalità, sul suo essere eclettica e difficilmente incanalabile nella briglie di un unico genere: ma con questo ultimo lavoro, in gestazione dall’ormai lontano 2012, la cantautrice di origine russa riesce a portare quella piacevole vena di novità anche in pezzi con una spiccata attitudine pop, e riesce a dare il suo tocco personale persino quando il suono è ridotto a una gradevole essenzialità.
Si ha davvero l’impressione che le tracce scorrano leggere e fresche, persino al termine del disco (bonus tracks comprese), in cui l’atmosfera tocca degli apici eccessivamente zuccherosi: insomma, il senso del testo e la varietà di immagini proposte portano a un ascolto sempre attento. L’album si apre con la metamorfica “Bleeding heart”, un brano che si schiude poco a poco, a partire dalle pulsazioni iniziali accompagnate dai suoni sobri del piano, per proseguire con i più elaborati synth sotto il falsetto del ritornello, e con il violoncello che dona la giusta solennità al risultato finale. Altra perla del disco è la successiva “Older and taller”, in cui il canto e la melodia richiamano l’ottimismo di alcuni passati singoli della Spektor.
Il valore aggiunto della varietà si apprezza nell’atmosfera da valzer di “Grand Hotel”, nel più sensuale e ipnotico ultimo singolo estratto “Small bill$”, dal testo quasi rap e condito da leziosi “la la la” del ritornello, e nella teatralità di “The trapper and the furrier”. “The light”, rispetto ad altre ballad del disco, tocca il punto di maggiore delicatezza del canto, e il ricco falsetto della musicista “antifolk” regala un candore quasi bambinesco al suo timbro. Bellissimo il testo che accompagna la ballata finale “The visit”, una riflessione sulla mutevolezza delle cose, che rende innegabile il talento di Regina Spektor non solo dal punto di vista delle sue intuizioni musicali ma anche della sua stoffa da songwriter.