«RAINBOW - Mariah Carey» la recensione di Rockol

Mariah Carey - RAINBOW - la recensione

Recensione del 16 nov 1999

La recensione

Nel libro di Giobbe (quello della pazienza, non della tv), Leviatano è un mostro immenso, e “non c’è potenza sulla terra che possa essergli paragonata”. Per Hobbes, “L’arte dell’uomo può fare un animale artificiale. Più ancora, l’arte può imitare l’uomo, questo capolavoro razionale della natura. Perché è veramente un’opera d’arte questo gran Leviatano (...) che non è nient’altro che un essere umano artificiale, sebbene di dimensione molto maggiore e di forza molto più grande dell’uomo naturale”.
A nostra memoria i critici musicali sono disposti a spendere lunghi volumi su artisti che vendono una ventina di dischi, ma non hanno mai detto la loro sulla donna che ha venduto di più in questo decennio, e potrebbe comprarsi Madonna come cameriera e George Michael come maggiordomo (“Hai un cioccolatino, George?”). Ne deduciamo che Mariah Carey, la donna dei primati (in classifica e nel Guinness) mette soggezione. E’ l’immenso Leviatano del pop senza espressione, e apparentemente senza significato se non quello di una “stardom” fine a se stessa. Stiamo esagerando? Date un’occhiata al booklet del cd. Per ogni canzonetta, scorrono titoli di coda degni di Spielberg. “Heartbreaker”, che apre il disco, conta 44 righe che descrivono adeguatamente chi sono gli assistenti dei tecnici, tutti gli studi dove è stata registrata (6, compresa Capri - ma non abbiamo contato N.Y. dove è stato fatto un “additional editing”). I produttori del singolo brano sono tre; in tutto il disco ce ne sono, in totale 11 - tacciamo dei responsabili del missaggio e degli arrangiamenti, ma ci sembra opportuno segnalare che i campionamenti, in tutto il disco, sono solo cinque. Almeno questo.
Senza scomodare il fatto che Stones e Beatles sono diventati ciò che sono diventati perché in un pomeriggio incidevano un disco, prendiamo atto del fatto che ogni brano è un kolossal, e cerchiamo di porci davanti al risultato in modo obbiettivo - ci facessimo influenzare dalla figura leviatanica di Mariah la supercantante, verrebbe da dire subito: “Tutto qui?”.
Il disco, sinceramente, ha dei momenti piacevoli. I testi sono autobiografici; almeno la metà sembrano rivolgersi al boss della Sony Tommy Mottola e all’amore finito tra i due. Non aspettatevi invettive alla Alanis Morissette (“ti ricordi quando te lo prendevo in bocca al cinema” o “pensi a me quando scopi con lei?”), ma c’è un certo risentimento struggente che in “Cry baby” si stacca un pochino dalla banalità del pop attuale. A proposito di risentimento, un brano della superautrice Diane Warren dice che la Carey (il brano è sottotitolato “Mariah’s theme”) ha una sua forza interiore che nessuno può portare via (“Can’t take that away”). Vabbè.
Niente male anche la zuccherosa ma bella “Petals” e la più ritmata “How much?”, che si inserisce nel desiderio della star americana di rimanere vicina alle giovani generazioni estimatrici del black pop. Desiderio che si fa surreale nel posterino del cd che la vede sul letto della sua cameretta (s)vestita alla Britney Spears, con tanto di lecca-lecca. Ahò, Mariolona, ci hai 30 anni! Sul retrocopertina, un arcobaleno le attraversa le chiappe. Mitico.
Ma restando alla musica, non possiamo tacere i momenti terribili: l’hip-hop da salotto del remix di “Heartbreaker”, l’affettazione di una negritudine da limousine, i continui, prevedibili vocalizzi con rapido salto di ottava e ritorno - parlando di voce, fra parentesi, si nota una maggiore ricerca di una rauca sensualità. Dove casca l’asino, però, è nell’interpretazione di “Against all odds”, una delle più belle canzoni di Phil Collins. Beh, figuratevi che è più sensuale lui. E’ un autogol, un iceberg che fa sì che il disco si inabissi come il Titanic per il confronto con quella che è una canzone bella e vera, una di quelle che l’altrettanto miliardario Phil Collins non riuscirà mai più a scrivere. Ci resterebbe questa consolazione, se non fosse che sia Mariah che Phil, qualunque porcheria incidano, andranno diritti al n.1 perché non sono solo i critici, ad aver timore del Leviatano. Anche il pubblico, di fronte ai fenomeni sovradimensionati, compra, ascolta, e, perplesso, accetta. Ma se questo è quanto si trova alla fine dell’arcobaleno, speriamo nel prossimo temporale.
Tracklist:

“Heartbreaker”
“Can’t take that away (Mariah’s theme)”
“Bliss”
“How much”
“After tonight”
“X-girlfriend”
“Heartbreaker (remix)”
“Vulnerability (interlude)”
“Against all odds (take a look at me now)”
“Crybaby”
“Did I do that?”
“Petals”
“Rainbow (interlude)”
“Thank God (I found you)”
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