«SOUNDS OF A PAST GENERATION - Entrofobesse» la recensione di Rockol

Entrofobesse - SOUNDS OF A PAST GENERATION - la recensione

Recensione del 19 ago 2016 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Entrofobesse. Tano Di Rocco, Giuseppe Randazzo, Massimiliano Di Rocco e Massimo Caruso. Band nata a Niscemi (CL), disco d’esordio, “Behind my spike”, fuori nel 2009. Per sei anni suonano, scrivono, cambiano, crescono. Dal noise e dal punk si arriva ad un rock più ragionato e dai contorni blues. Arriva il 2015 e i ragazzi tornano in studio per dare un seguito a “Behind my spike”, ne escono con nove pezzi dal piglio old school, non a caso battezzati “Sounds  of a past generation”. Perché gli Entrofobesse ormai sono una band matura, in grado di affrontare il proprio passato per stabilire quale sarà il futuro, ed è qui che si gioca la partita.

Fatte le dovute presentazioni, possiamo entrare un pelo più nello specifico di una band e di un disco che personalmente ho trovato interessanti per una serie di motivi. Inizialmente sono rimasto piacevolmente colpito dal suono, che poi è sempre la prima cosa con cui ci si trova ad aver a che fare. Come già accennato qui sopra, il tempo passato tra il primo disco e questo nuovo lavoro ha giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo del sound della band. Mi piace il taglio blues delle composizioni, mi piace arrivare a pensare a Mark Lanegan in versione solo, con gli Screaming Trees e con i Soulsavers. Mi piace che in questo disco lo spirito alternativo rimanga intatto pur fondendosi con la psichedelia e con il rock degli anni Settanta, che poi è quello che era successo nei Novanta con tutte quelle band che poi sono diventate altro, ma che fondamentalmente sono partite sempre tutte dallo stesso punto: Lanegan sta agli Entrofobesse come i Sabbath ai Soundgarden.

Oltre al sound però c’è anche un discorso più concettuale da fare su “Sounds  of a past generation”. Titolo a parte, che penso si spieghi sufficientemente da solo, e senza entrare nel discorso tematiche affrontate, cosa che, salvo casi eccezionali, ritengo debba fare direttamente chi ascolta (spoiler alert attivato), penso che questo sia uno dei casi più lampanti di album di transizione che mi capitano sotto mano da tempo. Sei anni tra un disco e il suo successore sono parecchi. In un lasso di tempo così ampio le band, per forza di cose, cambiano. Rimettersi all’opera significa dunque per prima cosa fare il punto e darsi dei nuovi obiettivi, capire dove si vuole andare e, soprattutto come. In “Sounds  of a past generation” tutto questo si percepisce chiaramente. Ci sono pezzi che rimandano a quello che è stato, “Big black heart” su tutti, e altri che chiariscono quello che sarà il (plumbeo) futuro, “Black empire”. Si rende omaggio ai conterranei “Suzanne’Silver”, e ci si prende il tempo per “passeggiare” sotto l’incredibile cielo di Sicilia e fare due conti, “Big sky”, “It’s a good day to die”.

A orecchie ferme quello che penso è che gli Entrofobesse stiano effettivamente trovando la loro strada. Non sono una band nuova, non sono una band giovane, eppure sono ancora alla ricerca di loro stessi. La strada li sta conducendo verso territori più cupi, più disillusi, quasi apocalittici; lande alternative e più marcatamente psichedeliche dove il suono, facendosi più pesante, può tranquillamente perdersi senza limiti di tempo o di spazio. E’ questo che più di tutto ho sentito in “Sounds  of a past generation”: il bisogno di una band di volersi lasciar finalmente andare. Mi auguro, gli auguro che sia così. Chi ben comincia…

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