«RED EARTH & POURING RAIN - Bear's Den» la recensione di Rockol

Bear's Den - RED EARTH & POURING RAIN - la recensione

Recensione del 18 set 2016 a cura di Emiliano Raffo

La recensione

on quelle facce lì, i Bear's Den sembrano guardare altrove, o almeno parrebbero avere altri piani rispetto a quelli che ti sussurrano all'orecchio. Per “facce”, in realtà, intendo la copertina splendidamente noir di questo secondo “Red earth & pouring rain”, un'immagine così fortemente legata a quei mondi figli di Refn, alla Kavinsky/Chromatics, da suggerire che i Bear's Den abbiano immerso la loro estetica sonora abbastanza “trad” in un lago di pulsazioni elettroniche. Nulla di così drastico, statene certi, ma il suggerimento è pertinente.


Se il disco d'esordio della band londinese (“Islands”, 2014) è stato un discreto e inatteso successo underground con i piedi sin troppo ben piantati per terra (canzoni orecchiabili, ambiente folk-rock accessibile dove il folk è uno scaltro sbuffo e non una prepotente presa di posizione artistica), il sequel di quest'anno è un passo avanti, laccato e fascinoso, verso una certa new wave dei primi anni '80 (vengono in mente, tra gli altri, i Cars di quel periodo).

I brani sono più desolati, più solitari, in un certo senso addirittura più gelidi. Tuttavia, anche la tendenza al buon inno da festival è più spiccata di prima (“Emeralds”!), confermando che laddove “Islands” era un buon pezzo di artigianato dai tratti eccessivamente ingenui, “Red earth & pouring rain” è una costruzione più definita e individuale. In questo contesto senza dubbio più cool e meno rurale, fa capolino in “Love can't stand alone” anche lo scarno fantasma dello Springsteen più meditabondo e meno “class-conscious” (i barbuti inglesi amano il racconto asciutto, melodico e insinuante). E qui, sia chiaro, finiscono gli azzardi, peraltro finemente calcolati, del gruppo. Altrove, i Bear's Den sembrano incanalarsi in quella tradizione, molto British, di gruppi un po' anonimi che però, zitti zitti, quando il vento (ergo, le canzoni) soffia nella giusta direzione diventano un caso. Si pensi a band molto radiofoniche come Hothouse Flowers o Deacon Blue, svelte ad approfittare, a cavallo degli anni '80 e '90, di alcuni momentanei vuoti di potere.

E' un bel disco di passaggio, questo “Red earth & pouring rain”, pulito, notturno e orecchiabile.

E abitano una dimensione indefinibile, i Bear's Den. Senza tempo poiché non sufficientemente coraggiosi per influenzare i tempi che percorrono, sognano lunghe strade americane da percorrere nella notte. Musica di frontiera e intimista che nasce da territori non di frontiera, e per questo pervasa da suggestioni lontane, sognanti, innamorate di quel futuro sintetico e ormai retro che si immaginava trent'anni fa.

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