«RIVINCITE - And So Your Life Is Ruined» la recensione di Rockol

And So Your Life Is Ruined - RIVINCITE - la recensione

Recensione del 11 ago 2016 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Ogni volta che si tira in ballo l’emo io penso subito alla fine degli anni Ottanta, poi ai primi anni Novanta (quando è subentrato il pop), e se penso alla fine degli Ottanta e ai primi anni Novanta (e al pop) finisce che quando faccio i conti con i pezzi che oggi qualcuno chiama emo mi trovo sempre in quello stato di confusione che non mi piace. Come quando si parla di Indie Rock. O di Hardcore. Il fatto è che oggi siamo andati ben oltre quello che è stato, e se mi chiedete perché allora continuiamo a ostinarci a inquadrare le band nei generi che sappiamo, io rispondo che è una cosa che si fa per comodità, e che se da una parte depista, dall’altra un po’ forse aiuta. Prendiamo “Rivincite”, secondo disco firmato And So Your Life Is Ruined. “Rivincite” è un disco che oggi, e sottolineo oggi, possiamo tranquillamente certificare come emo, dieci pezzi, chitarre in vista, melodie pulite e bei testi che si sposano alla grande con tutto quello che li accompagna. Non è un disco emo alla Sunny Day Real Estate, per intenderci, ma la mela non è comunque caduta troppo lontana dall’albero: da tutta l’esperienza fatta da quella gente lì una trentina di anni fa, questi ragazzi hanno saputo prendere tante cose belle e farle proprie. In questo senso, produttivamente “Rivincite” è un passo in avanti rispetto al disco d’esordio, l’omonimo “And So Your Life Is Ruined” uscito due anni fa, e questo ci dice che la strada è quella giusta, che la band è solida e ha ben chiaro in testa dove vuole andare.

Basta ascoltare pezzi come “Il bisogno delle salite”, nella mia testa quasi alla stregua di un racconto breve, la dolcissima “Il colpo sentito in tutto il mondo” (che tra l’altro è pure un parecchio folk) o la mia preferita, l'ottima “Eskimo”, per capire quanto i ragazzi, Marco, Martino, Davide e Giovanni, a questo giro abbiano fatto sul serio. Allora basta, lasciamo stare l’emo, il folk e il post rock, che non avevo ancora tirato in ballo ma che si sente un bel po’, e cerchiamo di concentrarci sulla musica suonata, su una band che ha prima di tutto gusto e idee, che ha un songwrtiting davvero pulito, che sa suonare, che sa quando si deve accelerare e quando tirare il fiato. Perché sennò piazzare in mezzo alla tracklist un pezzo come “Cascata”, strumentale da meno di un minuto? Perché certe cose vanno fatte senza fretta.

Ecco, forse è qui che volevo arrivare: “Rivincite” è un disco che va ascoltato prendendosi il tempo per farlo. Indipendentemente da tutto. Non è un concept album in senso classico ma poco ci manca, nel senso che sì, c’è un tema più o meno dichiarato che ritorna (il sentimento di resa che trionfa, lasciandoci vivere il lato positivo della sconfitta che si svela come vittoria), ma più che con le parole gli ASYLIR lo esplicitano meglio con il suono, e per capirlo serve necessariamente tempo. Tempo per ripulirsi da tutto quello che sta intorno, per farsi prendere dai crescendo e dai saliscendi armonici de “L’insieme di tutte le cose” che esplodono in un modo così avvolgente che a una certa... chissene importa di che anno è quando hai tra le mani un bel disco?

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