«V.I.P. - Jungle Brothers» la recensione di Rockol

Jungle Brothers - V.I.P. - la recensione

Recensione del 11 nov 1999

La recensione

Mai come nel caso di Jungle Brothers la commistione, da parte di Afrika e Mike G (ovvero i due rapper che da anni animano questo progetto), con nuovi scenari musicali ha portato a risultati così apprezzabili. Basta infatti ascoltare questo nuovo album, “V.I.P.”, per capire quanto Mike G e Afrika abbiano tratto beneficio dalle frequentazioni e commistioni con la scena dance inglese. C’è da dire che questi due vecchi “marpioni” erano già predisposti a contaminare l’hip hop (il loro primo, irrinunciabile amore). Già nel lontano 1988 infatti i due “fratelli della giungla” si erano inventati un pezzo (“I’ll house ya”) che mischiava, per la prima volta, hip hop e house music. Molti puristi hip hop storsero il naso ma di fatto il singolo divenne un vero e proprio “anthem”. Oggi, a conferma di questa lungimiranza dei Jungle Brothers, Mike G e Afrika si inventano un disco in compagnia di Alex Gifford, ovvero Mr Propellerheads. La scintilla che ha fatto partire questo meccanismo irreversibile di contaminazione tra hip hop, big beats, jump up jungle e chissà cos’altro è stato un remix di Urban Takeover (progetto di punta della così detta jump up jungle, un crossover tra jungle e hip hop) di “I’ll house ya”. Da quel momento niente è stato più lo stesso. Mike G e Afrika non si sono tirati indietro a questa ventata di novità che aveva revitalizzato il loro vecchio singolo. Sono partiti per l’Inghilterra. Hanno conosciuto Aphrodite (uno dei due Urban Takeover). E poi hanno incontrato Alex Gifford. Il risultato di questo incontro lo si può ascoltare nei 12 brani di “V.I.P”, 12 pezzi che “suonano” completamente diversi da qualsiasi altro disco di hip hop uscito negli ultimi mesi. 12 brani in cui le rime, sempre sfavillanti, di Afrika, si vanno a fondere con il simil speed garage (in “Get down”), con l’acid phunk alla Propellerheads (in “Down with the Jbeez”), con i rare groove dell’acid jazz, il soul e reminiscenze blues. Alcuni potrebbero obbiettare che il disco è una copia “hip hoppizzata” dei Propellerheads. Altri potrebbero pensare a una furba operazione di restyling da parte dei due Jungle Brothers. A noi invece piace pensare a questo disco come a una riuscita collezione di brani in cui due “vecchi” della scena musicale hanno avuto la capacità di confrontarsi con il nuovo senza per questo risultare fuori posto.
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