«LOUD HAILER - Jeff Beck» la recensione di Rockol

Jeff Beck - LOUD HAILER - la recensione

Recensione del 18 lug 2016 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Un chitarrista leggendario con una gran voglia di far musica radicata nel presente. Una cantante vecchio stile, però giovane e arrabbiata. Una chitarrista ritmica uscita dall’Academy of Contemporary Music di Guildford. È il cast di “Loud hailer”, l’album in cui Jeff Beck e le sue compagne di viaggio cercano di condensare le loro idee sul mondo in cui viviamo. Si va alla rivoluzione: nelle foto i tre posano con aria da duri, giubbotti in pelle, jeans strappati, stivaletti militari e in mano un megafono, “loud-hailer” per gli inglesi. Non è un disco perfetto, il loro. Però fa impressione paragonato alle opere di tanti coetanei di Beck oramai seduti e sedati. Lui no. Lui, a 72 anni d’età, mezzo secolo dopo l’esordio, cerca ancora di scrivere dischi rilevanti. Questo è rumoroso, pieno di slogan “contro”, «la colonna sonora di una manifestazione» in cui Beck si ritaglia il ruolo di semplice (si fa per dire) chitarrista.

Non ci sono featuring che attirano l’attenzione o cast stellari. Per scrivere e incidere “Loud hailer”, che arriva sei anni dopo “Emotion & commotion”, Jeff Beck si è affidato a due musiciste sconosciute ai più: la cantante Rosie Bones e la chitarrista Carmen Vanderberg, che suonano assieme nei Bones. Beck ha incontrato Vanderberg a una festa di Roger Taylor dei Queen, lei lo ha invitato a un concerto dei Bones, lui è rimasto talmente impressionato da chiedere loro di comporre con lui il disco che aveva in mente. E poi dentro l’album c’è tanta Italia. Non solo perché Vanderberg ha frequentato il nostro Paese, ma soprattutto perché il disco è prodotto da Filippo Cimatti, che lavora coi Bones e che ha coinvolto nelle session il batterista Davide Sollazzi e il bassista Giovanni Pallotti, le cui parti sono state registrate allo StudioNero di Roma.

L’album ha due voci: quella della chitarra di Beck e quella di Bones, che firma testi pieni di fervore su guerra (“Thugs club”), politiche energetiche (“O.I.L.), cultura della celebrità (“Right now”), fine dell’innocenza (“Scared for the children”) e l’immancabile rivoluzione, che a differenza di quel che diceva Gil Scott-Heron sarà trasmessa in tv (“The revolution will be televised”). Ma, va detto, la scrittura a volte è ordinaria, i testi sono privi dell’ispirazione delle grandi canzoni di protesta e a volte sembrano presi da un manuale di controcultura nell’epoca del «fallo girare!!!». Per dire, “The ballad of the Jersey wives” ritorna sul tema dell’11 settembre con fare cospiratorio: «È stata tutta una messinscena da film di serie B / C’erano buchi nel copione e gli attori non mi hanno emozionata / Dirai che sono matta da legare / Ma ho letto la verità ufficiale e c’è un’altra verità per cui vale la pena lottare». Ma anche nel pezzo dalla scrittura più debole o lievemente scontata, ascoltare Beck fare assoli e back-up è di per sé uno spettacolo.

Il punto è che il fervore politico da “movimento del 99%” s’abbina a un suono dove s’incrociano hard rock, funk, elettronica. Niente di rivoluzionario, lo stesso Beck non è nuovo a cose di questo genere, però qui fa di tutto per tradurre in un sound sporco l’idea di protesta che sta alla base del disco. I timbri di chitarra elettrica sono costantemente effettati, le parti concise e dirette, i suoni di batteria compressi fino a sembrare innaturali, e insomma siamo lontani dalle cover di “Over the rainbow” o “I put a spell on you” contenute in “Emotion & commotion”. Beck sceglie un timbro gracchiante per “Pull it”, che è col breve “Edna” uno dei due strumentali dell’album, usa il wah-wah in “Right now”, funkeggia in “O.I.L.”. Ora sembra guardi a Jimi Hendrix, ora a Tom Morello. L’atmosfera tesa, caotica, apocalittica e simil industrial si fa più rilassata in “Scared for the children” dove Bones dimostra d’essere una cantante espressiva, e nella seconda parte del disco che ospita il soul vecchia scuola “Shame” e si chiude con “Shrine” che nella linea melodica ha qualcosa di “Hallelujah”.

Non tutti apprezzeranno e qua e là “Loud hailer” suona come una collaborazione fra Beck e Bones. Lui dice che lo ha fatto mosso da curiosità e noia, che ha volutamente semplificato il suo modo di suonare (vero), che siamo vicini allo spirito di “Truth” (opinabile). Con la sua energia non filtrata, “Loud hailer” affascina perché è un disco sbagliato, di quelli che è bene che gli artisti non facciano perché vanno contro la logica. Pare concepito d’istinto, senza curarsi di quel che dicono gli altri, buttandoci dentro tanta energia e qualche luogo comune. Niente male, però, per un musicista che sta per celebrare i cinquant’anni di carriera con un superlibro edito da Genesis Publications, “Beck 01”, e con un concertone con orchestra all’Hollywood Bowl di Los Angeles.

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