«SOUL EYES - Kandace Springs» la recensione di Rockol

Kandace Springs - SOUL EYES - la recensione

Recensione del 02 ago 2016

La recensione

Di Vittoria Polacci

Un sospiro soddisfatto. Questa è senza dubbio la prima reazione che scaturisce dall’ascolto dell’album di esordio di Kandace Springs, sotto la Blue Note Records. Si parla solo di nomi illustri, dalla tromba voluttuosa di Terence Blanchard, dal grande Vinnie Colaiuta alla batteria fino alla produzione di Larry Klein (già collaboratore di Herbie Hancock, Joni Mitchell e Tracy Chapman). Questa corolla di professionisti supporta e condisce il già straordinario talento della Springs, cantante dalla voce sensuale e agile, cantautrice ricca di risorse e, ciliegina non da poco su una torta già bella ricca, pianista. 


Il percorso dell’artista originaria di Nashville sembra essere stato un susseguirsi di grandi e meritate conquiste: attraverso il padre, il session vocalist Scat Springs, riesce a registrare una demo da far ascoltare agli storici produttori Evan Rogers e Carl Sturken. Ne riconoscono l’enorme potenziale, la pasta vocale jazzy sottesa a un linguaggio spiccatamente R’n’B, e la conducono verso la scelta vincente della Blue Note. Ma non è finita qui. Prince (sì, stiamo parlando di quel Prince) scopre questo piccolo gioiello soul attraverso una cover di Sam Smith “Stay with me” pubblicata dalla stessa Springs: la invita a Minneapolis per esibirsi in occasione del trentesimo anniversario di “Purple rain”. Insomma, fin qui direi niente male. 

Un grande punto di forza immediatamente percepibile in tutto l’album è la grande naturalezza. Questa è la parola-chiave. Che si tratti della rivisitazione di un classico come la title track  “Soul eyes” (capolavoro di Mal Waldron registrato per la prima volta nel 1957) o che si tratti di pezzi scritti da lei stessa o a quattro mani con il chitarrista Jesse Harris – altro grande nome dell’album – Kandace Springs riesce a infondere un senso di rilassatezza che rende l’opera nel suo complesso strutturata al meglio e originalissima. 


Il disco si apre con l’atmosfera fresca di “Talk to me”, un’introduzione breve e suadente alla quale segue lo standard “Soul eyes”, in cui la Springs dosa con la giusta parsimonia note lunghe e un vibrato mai stucchevole, mentre la tromba di Blanchard miete frasi struggenti in risposta al canto (bellissimo il suo contributo nel brano “Too good to last”), e si prosegue poi con la ballad sognante “Place to hide”. Non manca la eco del funk classico, che entra ipnotico nella cover di Shelby Lynne “Thought it would be easier” mentre in “Leavin”, pezzo della stessa Lynne, i toni country dell’artista vengono declinati in una malinconica accezione soul. Il groove incalza nel mid-tempo “Novocaine heart”, mentre si fa più aggressivo in “The world is a ghetto”. E ancora, a coronamento del disco, assolutamente da ascoltare sono le bellissime “Fall guy”, ballad soul ricca di calore, e “Rain falling”, con la melodia colorata da toni vagamente blues. 


Insomma, si parla di un disco che contiene tanto materiale vario, sotto il minimo comune denominatore del grande talento della Springs, che riesce a dare il suo personalissimo contributo in ogni singola nota. Che dire, ascoltate, e sospirate.

TRACKLIST
Talk to me
Soul eyes – Terence Blanchard
Place to hide
Thought it would be easier
Novocaine heart
Neither old nor young
Too good to last
Fall guy
The world is a ghetto
Leavin’
Rain falling

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