«THE DREAMING ROOM - Laura Mvula» la recensione di Rockol

Laura Mvula - THE DREAMING ROOM - la recensione

Recensione del 28 giu 2016 a cura di Mattia Marzi

La recensione

Laura Mvula è stata stordita dal successo di "Sing to the moon", il suo album di debutto, acclamato tanto nel Regno Unito quanto a livello internazionale: per molto tempo ha sofferto di paura del palcoscenico, attacchi di panico e monofobia (paura della solitudine), una condizione che l'ha tenuta lontana dalle scene. Ad un certo punto, però, la cantautrice britannica è riuscita a riprendere in mano le redini della sua carriera: si è guardata allo specchio, ha elaborato le angosce, le paure e le insicurezze e si è rimessa in cammino. Questo nuovo album, "The dreaming room", è proprio la risposta alla crisi attraversata da Laura Mvula nel corso degli ultimi anni. Già a partire dalla prima traccia, "Who I am", una dichiarazione di intenti che funge da preludio all'intero lavoro: "Se tutto quello che sono è essere sbagliata e tutto quello che ho è andato, allora come devo vivere? Posso solo essere quella che sono", canta Laura.






Il suono della Mvula è inetichettabile e incatalogabile: non è pop, non è r&b, non è soul, non è jazz, non è indie, non è gospel, non è funk. "The dreaming room" lo conferma: è un disco che non ha un centro, a livello di suono e a livello di atmosfere musicali, e che tende a disorientare l'ascoltatore. Non si capisce mai dove Laura Mvula voglia andare a parare: le canzoni partono in una certa maniera, ma quando sei lì lì pronto a cogliere i riferimenti sonori lei ti porta da tutt'altra parte. Le 12 tracce contenute nel disco sono quasi come parabole, alternano momenti di energia e depressione, repentine salite e discese: c'è un certo entusiasmo pop ma c'è anche la profondità del gospel, c'è il ritmo dell'elettronica e della musica funk (la produzione è stata curata dal percussionista Troy Miller, subentrato a Steve Brown) ma anche l'improvvisazione del jazz.

"The dreaming room" è un disco fatto di contrasti: la presenza della London Symphony Orchestra lo indirizza verso l'atmosfera dei teatri ("Show me love", "Angel", "People"), il ritmo del funk lo riporta all'atmosfera dei club e delle discoteche (tra i collaboratori c'è nientepopodimeno che Nile Rodgers, in "Overcome"). In "Let me fall" ritroviamo le sonorità synthpop degli anni '80 e '90 (vengono subito in mente gli Eurythmics), in brani come "Lucky man", "Angel" e "People" troviamo cori sontuosi da messa.

Già, il suono di Laura Mvula è davvero inetichettabile e incatalogabile.

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