«PURE MCCARTNEY - Paul McCartney» la recensione di Rockol

Paul McCartney - PURE MCCARTNEY - la recensione

Recensione del 14 giu 2016

La recensione

Esiste il pubblico di Paul McCartney come artista solista? La risposta è no. Certo, esiste il cosiddetto “zoccolo duro” degli appassionati del periodo post-1970, cui appartengono coloro che vorrebbero assistere ad un concerto di Paul senza le canzoni dei Beatles (!) o che vagheggiano una reunion degli Wings.

Peccato che McCartney per primo non sia un fan di se stesso come solista (termine con il quale io identifico tutta la sua carriera post-Beatles, perché i pur longevi Wings hanno rappresentato solo un’estensione della personalità di Paul): pochi giorni fa, in un’intervista per la BBC, Macca ha detto del suo ex-gruppo “we were terrible”, riferendosi agli inizi della band, che nel 1972 volle lanciare con un tour clandestino in alcune università della Gran Bretagna. Nessuno scalpore. Dichiarazioni volte a sminuire l’importanza e la qualità dei suoi compagni d’avventura negli Wings si trovano negli annali.

Il secondo aspetto da tenere in considerazione quando si parla della sua carriera solista è che a McCartney interessa – comprensibilmente – solo l’eredità dei Beatles. A partire da “Give My Regards to Broad Street” (1984), Paul ha spinto sull’acceleratore, avocando a sé gran parte dei meriti dell’avventura del quartetto. A volte il motore è andato fuori giri, e alcune affermazioni sono parse frutto di “un’ansia da riconoscimento” eccessiva.
Il vero target di McCartney non è perciò una specifica fascia di appassionati, quanto piuttosto l’uomo della strada, la persona comune. Non è un caso che McCartney negli ultimi quasi trent’anni di esibizioni live abbia trascurato il repertorio post-Beatles: a sua detta, il suo incubo sarebbe notare che durante il concerto il pubblico se ne vada perché si annoia.
Ecco spiegata l’operazione “Pure McCartney”, una raccolta dal taglio “autogrill” proposta in due versioni, un doppio cd (39 brani) e addirittura un box quadruplo (67 canzoni). Riunire quarantasei anni di carriera in un cofanetto non è facile, dal momento che McCartney conta su un repertorio di circa 400 brani da lui firmati dal 1970 ad oggi. Operazioni del genere sembrano fatte per scontentare tutti.
Però, un criterio chiaro avrebbe giovato non poco nel caso di “Pure McCartney”. Se l’obiettivo era fare una summa del catalogo post-Beatles di Paul (magari donandogli nuova dignità), allora sarebbe stato meglio rappresentare tutti gli album della sua carriera, e invece l’accento cade in modo pesante sul repertorio più recente: i cinque brani di “New”, uscito appena due anni e mezzo fa, appaiono una forzatura, ed è inclusa persino “Hope for the Future”, pubblicata nel 2014 come colonna sonora del videogame “Destiny” e rivelatasi uno dei flop più clamorosi degli ultimi quarantasei anni di curriculum mccartneyiano.
Inoltre, la selezione dei brani è piuttosto casuale: non è presente nemmeno un inedito (perché neanche stavolta è arrivato il turno di “Waterspout”?) e vi sono altri sbilanciamenti clamorosi. Ad esempio, dei 67 pezzi compresi nel cofanetto (che considero la versione più appropriata per chiunque sia interessato all’acquisto), ben 8 provengono da “Flaming Pie”, mentre è del tutto assente “Flowers in the Dirt”, ottimo album di canzoni pop orecchiabili.
Un altro criterio valido avrebbe potuto essere quello di ideare una compilation con tutte le hit (o i brani apparsi su singolo), ed anche in questo caso si contano esclusioni clamorose, come “Hope of Deliverance” (1993, circa tre milioni di copie vendute in tutto il mondo), “Take It Away” (1982, n.10 negli Stati Uniti) o “Spies Like Us” (1985, n.7 su Billboard e l’ultimo Top Ten di McCartney negli Stati Uniti, cameo esclusi). “Say Say Say” è invece presente in una versione alternativa denominata “Remix 2015” (pubblicata lo scorso anno nella ri-edizione di “Pipes of Peace”), decisamente meno accattivante rispetto all’originale. Anche i brani di “Tug of War” sono proposti negli artificiosi remix 2015. Caveat emptor.
Ognuno potrebbe dire la sua su quali brani avrebbero meritato di fare parte della raccolta, e quali invece avrebbero dovuto rimanere nel cassetto dei ricordi. Anche io ho una mia playlist personale, e mi limiterò ai titoli che ritengo imperdonabilmente omessi: “Monkberry Moon Delight” (da “RAM”, 1971), “Tomorrow” (da “Wild Life”, 1971), “Little Lamb Dragonfly” (da “Red Rose Speedway”, 1973), “London Town” (dall’album omonimo, 1978), “Daytime Nighttime Suffering” (lato B del singolo “Goodnight Tonight”, 1979), “The Pound Is Sinking” (da “Tug of War”, 1982), “Once Upon a Long Ago…” (singolo, 1987), “My Brave Face” e “Put It There” (entrambe da “Flowers in the Dirt”, 1989), “Somedays” (da “Flaming Pie”, 1997) e “(I Want to) Come Home” (title-track dell’omonimo film con Robert DeNiro, nominata per un Golden Globe e pubblicata solo su singolo digitale nel marzo 2010).

In sintesi? Il cofanetto è carino, con alcune immagini molto belle, diverse canzoni rimasterizzate e – a dispetto di qualche caduta di gusto – circa quattro ore di musica pop sopraffina. La foto di copertina raffigura Paul con una folta barba, immortalato da Linda nell’estate del 1970: all’alba cioè di una nuova era, dove erano labili i confini tra paura e coraggio. E’ il McCartney di “RAM” – che confesso essere il mio preferito, e che a mio avviso va considerato davvero “Pure McCartney” – e ciò mi è sufficiente a perdonare tutte le stranezze di questa raccolta.

Luca Perasi (autore di “Paul McCartney: Recording sessions”
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