«THE PARTY - Andy Shauf» la recensione di Rockol

Andy Shauf - THE PARTY - la recensione

Recensione del 16 giu 2016 a cura di Michele Boroni

La recensione

Da qualche anno si parla molto, e spesso a sproposito, di storytelling. Tuttavia è sempre più raro trovare raccolte di canzoni che raccontino semplicemente delle storie, senza per questo coinvolgere l'ingombrante peso del concept album.
Per fortuna ci viene incontro Andy Shauf, cantautore e polistrumentista canadese, con questo suo quarto disco “The Party”, dove ogni canzone è il ritratto di un personaggio all'interno di una festa in casa di ventenni-trentenni nella provincia nordamericana: c'è quello che si presenta goffamente prima di chiunque altro (“Early to the party / you're the first one there / overdressed and underprepared / standing in the kitchen / stressing out the host” in “Early to the party” ), chi prende il coraggio a due mani e rivela la sua attrazione omosessuale verso un amico (“To you”), c'è la ragazza che balla da sola senza alcun timore (“Eyes of them all”) e c'è pure chi, durante quella stessa festa, passa a miglior vita (“Alexander All Alone”).

Niente di nuovo, per carità. Ma il cantautore del Saskatchewan in questo disco ha la capacità di entrare e uscire da tutti questi personaggi e, al tempo stesso osservarli dalla giusta distanza con benevolenza e senza troppo cinismo. Peraltro lui non è nuovo ad operazioni del genere: il suo precedente “The Bearer of Bad News” era, appunto, una raccolta di storie di gioventù bruciata, tra barfly e delinquenza. “The Party” oltre a rientrare in una dimensione più ordinaria, ha una scrittura più precisa che gli permette di cogliere scorci di conversazioni e pensieri interiori dei personaggi del party e dove anche l'ubriaco e lo stonato di turno diventano protagonisti di storie (“Quite like you”) di un Rohmer alterato.
Ma veniamo alla musica, che non è certo un elemento secondario: la forma canzone e le melodie brillanti possono ricordare Randy Newman e Harry Nilsson (“Begin Again”): ricchi arrangiamenti e orchestrazioni sontuose (specie in “The Magician” e “Early to the party” che aprono il disco), il timbro delicato ma schietto alla Paul Simon, un uso “narrativo” del clarinetto suonato dallo stesso Shauf che sarebbe piaciuto tanto a Lucio Dalla, e quello spleen che lo avvicina spesso a Elliot Smith.
Introspettivo e ironico, innocente e drammatico (quella nota di pianoforte ripetuta per l'intera “Alexander All Alone” crea una straordinaria tensione), “The Party” si fa ascoltare con grande piacere e ci porta in una bolla spaziotemporale di una qualsiasi provincia nordamericana in un periodo indefinito tra il fine '60 e i giorni nostri.
C'è anche una sorta di lieto fine: nella conclusiva e bellissima “Martha sways” il narratore si ritrova a ballare con Martha, la ragazza che le ricorda una sua ex e cullato da una tappeto d'archi conclude con una frase sognante uno dei dischi più convincenti di questa prima metà del 2016 “There's a weight holding me down / Martha says it's all in my head / I look at the lights dancing in her eyes / and I want to die dancing in her eyes.".
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