«LIVE IN CHICAGO - Luther Allison» la recensione di Rockol

Luther Allison - LIVE IN CHICAGO - la recensione

Recensione del 03 nov 1999

La recensione

Al di là del fatto che Luther Allison non è più tra noi, portato via a 57 anni da una brutta malattia, desta comunque sensazione il numero di album dal vivo che segnano la sua carriera, soprattutto nell’ultima decade di musica: ben tre in sette anni, contro quattro album di studio. E siamo sicuri che le registrazioni ormai forzatamente postume che lo riguardano non finiranno qui, vista la potenza che il bluesman dell’Arkansas era capace di sprigionare nelle sue performances live. Questo doppio cd ne è un esempio, e mette in campo un blues elettrico dai tratti decisamente scolastici, che a tratti corre il rischio di diventare scontato se non per l’inserimento della chitarra di Allison. A lei, e alla voce del bluesman, è affidato l’ingrato compito di suscitare eccitazione e stimolare attenzione giro dopo giro, battuta dopo battuta. Ed ecco così che i fraseggi che separano una riga di testo dall’altra diventano essenziali quanto e più degli assoli, ecco che Allison si danna l’anima per mettere in note il furore che lo anima nei confronti del blues, la voglia di lasciar uscire dalle corde della propria chitarra note di fuoco. “Live in Chicago”, resoconto di una memorabile serata – il 3 luglio 1995 al Chicago Blues Festival – è un live sui generis, perché arricchito da un significato simbolico: Allison, che dal 1984 viveva a Parigi dopo aver cercato per anni in patria una gloria che solo a tratti e a malapena gli veniva concessa, tornava nella città in cui aveva vissuto a lungo – Chicago, appunto – per dimostrare al mondo che si era sbagliato, e voleva farlo con la sua musica. Dopo di lui, quella sera, suonava Otis Rush, e il culmine di questo live è rappresentato proprio dal medley che chiude il primo lato in cui i due chitarristi si esibiscono insieme. Un momento da brivido, in cui Allison mette in gioco tutto se stesso e pesca nella sua ispirazione più nuda, per essere e rimanere all’altezza del grande collega. E ci riesce, un po’ per quei misteri della fede per cui a volte le motivazioni sono più importanti della statura tecnica o della fama, un po’ perché forse Allison è stato sottovalutato per davvero, almeno in parte. “Live in Chicago”, come spesso succede con degli album postumi, lo riporta e lo mette in mostra nel suo splendore di chitarrista e cantante una volta per tutte.
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