«TUTTO PASSA - Artù» la recensione di Rockol

Artù - TUTTO PASSA - la recensione

Recensione del 02 giu 2016 a cura di Vittoria Polacci

La recensione

La solitudine, la città che ti mastica e ti sputa come un relitto, la chimera che la felicità si ottenga solo con il successo, la rabbia, gli attacchi di panico di chi non sa volersi bene abbastanza. Niente paura, tutto passa: questo è il messaggio confortante che Artù, nome d’arte di Alessio Dari, vuole esprimere attraverso il suo ultimo lavoro, a partire dal titolo stesso. E proprio questa serenità di fondo si percepisce con chiarezza nei suoi pezzi, perfino in quelli più cupi.

Si badi bene: non si tratta di faciloneria. Oltre ai ritornelli orecchiabili e alla vena di comunicatore, si nasconde un’altra dimensione, in cui i testi trattano di temi impegnati e aspri, e le parole si spogliano d’inutili retoriche e abbellimenti a favore di una spontaneità apprezzabile.
L’album si apre con lo squillo di tromba di “Zitti”, uno sfogo che sembra voler raggiungere l’apice di rabbia, ma che sfocia nel dimesso «zitti, zitti tutti» del ritornello. Dal pezzo di apertura si capisce già il modo di scrivere di Artù: un cantautorato “per immagini”, in cui la priorità sembra essere la descrizione di ciò che si vede, delle cose esattamente così come sono. Il tono si fa più rabbioso nella successiva “Tutti a scuola”, brano annunciato da un ululato, realizzato in collaborazione con Alessandro Mannarino. “Roma d’estate”, singolo che ha anticipato l’uscita dell’album, è la scanzonata dichiarazione di amore e di odio per la città, proposta in dettagli confortanti nella loro semplicità, ma anche molto crudi. “Tutto passa” ha una melodia cantabile e struggente, il testo si fa più accorato e metaforico, come nelle seguenti “Il circo se n’è andato”, riflessione sul falso mito del successo, nella conclusiva “Anna” e in “Tulipani”, che vede la partecipazione di Mari di guai. “Il giorno del peccato” ha un ritornello quasi da garage rock e un clima cupo con la doppia voce bassa sulla strofa, e si contrappone completamente alla più scanzonata “Viola”, forse ridondante in un corpus di tracce già ricche di sfumature.
La doppia dimensione fatta di racconti di vita e sound semplice e godibile regala un ascolto che non stanca, e allo stesso tempo porta a galla i punti di forza (l’immediatezza e l’onestà) di Artù.
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