«THE ELECTRIC WARLOCK ACID WITCH SATANIC ORGY CELEBRATION DISPENSER - Rob Zombie» la recensione di Rockol

Rob Zombie - THE ELECTRIC WARLOCK ACID WITCH SATANIC ORGY CELEBRATION DISPENSER - la recensione

Recensione del 25 mag 2016 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Formula che vince non si cambia: è quanto deve aver pensato Rob Zombie nel realizzare la sua ultima fatica in studio che non si discosta di una virgola da quanto l’ex White Zombie ha proposto finora, premendo piuttosto ancora di più sull’acceleratore del proprio immaginario di teste mozzate e strip club, che a ben vedere ne è stata la fortuna.

Di fatto Rob Zombie ha all’attivo almeno un altro paio di carriere ben avviate e le sue sortite artistiche viaggiano da tempo su binari paralleli. Non sorprende quindi che il nuovo album, dal delirante titolo di “The electric warlock acid witch satanic orgy celebration dispenser”, fresco di stampa, preceda di qualche mese “31”, pellicola attesa nelle sale per il prossimo settembre.
La produzione (musicale) di Rob Zombie è da sempre debitrice della settima arte, anzi ne è talmente parente - di sangue, ovviamente - che gran parte dei richiami e dei riferimenti dei brani del rocker del Massachussetts sono emanazioni più o meno dirette di classici horror e di un’oscura filmografia gore e sexy anni ’70. Nel mezzo del classico vortice crossover di industrial, metal, pop ed elettronica sparsa, ecco i riff spezzati di chitarre, campionature e dialoghi, con il vocione ruvido di Zombie a declamare i suoi nuovi inni da localacci improbabili alla Titty Twister (il malfamato night dei vampiri di “Dal tramonto all’alba”). Ci si ritrova così folgorati dalle amene assurdità di “Well, everybody’s fuckin’ in a U.F.O.”, o “The hideous exhibitions of a dedicated gore whore”, non certo roba per educande, né per grandi discussioni intellettuali, ma tutte splendide per una sana regressione, dura a morire, al proprio spirito giovane.

Il musicista, cineasta, fumettista, scrittore e quant’altro abbia mai fatto fino a oggi, è riuscito con dedizione ventennale a combinare mondi apparentemente distanti come le docce da caserma di Edwige Fenech e l’immaginario orrorifico più variegato - qualcuno ricorda in "Grindhouse" il trailer di “Werewolf woman of the S.S.”? Perle di saggezza da “teenage rock god” con una credibilità senza pari, create con animo da eterno “regazzino” tagliando con l’accetta forme espressive differenti come la musica, il cinema e i fumetti. Con lui una squadra di fedelissimi al seguito: dagli ex sodali di Marilyn Manson John 5 alle chitarre e Ginger Fish alla batteria a Piggy D. al basso e Zeuss alle tastiere e programmazioni, oltre a una sempre splendida Sheri Moon come musa ispiratrice.

C’è da ammettere che non si tratta di un album miracoloso, quanto piuttosto di un onesto e divertente prodotto della premiata ditta Rob Zombie che non lascia spazio a distrazioni. Tra divagazioni di blues, rimandi alla tradizione americana e grooves ipnotici spicca in chiusura “Wurdalak”, il cui titolo è un diretto omaggio agli omonimi vampiri russi protagonisti del film del 1963 “I tre volti della paura” di Mario Bava, uscito per il mercato anglosassone con il titolo di “Black Sabbath” - eh sì, dovrebbe ricordare qualcosa.

Il lavoro di Zombie si caratterizza per non aver fronzoli di sorta: è veloce, diretto e anche piuttosto breve! I brani, a dispetto di titoli chilometrici, raramente toccano la vetta dei tre minuti, assumendo la forma di dodici brevi pillole di metal rabbioso e danzereccio. Party songs in salsa splatter direbbero alcuni e roba da teenager brufolosi per altri. Sì, tutto vero, ma in fondo sono queste schegge impazzite con le chitarre pesanti e la cassa sempre dritta a ricordarci dei cazzari del sabato pomeriggio che siamo stati e che forse siamo tuttora, col copioso immaginario a cui il cinema di paura ci ha abituato a renderci il tutto ancora più spassoso, dalle biondone urlanti con le tette al vento agli implacabili assassini pronti a punire gli adolescenti alle prese con le prime fregole sessuali, passando sempre per una sana ironia di fondo. La fossa scavata dal Rob è sempre la stessa, coriacea come la sua polverosa maschera teatrale e quell’infinita schiera di incubi e fantasie morbose più o meno personali a cui appellarsi, una collaudata formula di cinema in canzone che ne ha permesso di essere un venerabile maestro dell’horror rock senza doversi prendere mai troppo sul serio. Dopo un’ottima prova come romanziere prima e regista poi del sulfureo “Le streghe di Salem”, è arrivato per il Signor Zombie il momento di dare lustro al microfono per urlarci le sue follie. Il tutto in 31 minuti, coincidenze?
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