«MILLE BACI - Patrizia Cirulli» la recensione di Rockol

Patrizia Cirulli - MILLE BACI - la recensione

Recensione del 25 mag 2016 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Francesco Paracchini, animatore instancabile di “L’isola che non c’era” (prima rivista, poi sito consacrati alla musica italiana) e coordinatore artistico di “Mille baci”, ha molto e tenacemente e affettuosamente insistito perché ascoltassi questo disco. L’ha fatto a suo rischio e pericolo, e lo sa, perché conoscendomi sa anche che diffido istintivamente dei progetti “seri” e “alti”, e che preferisco la musica leggerissima. Ma gliel’avevo promesso, quindi l’ho ascoltato.

Cos’è “Mille baci”? E’ un album in cui Patrizia Cirulli, cantante e autrice milanese che conosco da molto tempo, fin da quando – se non ricordo male – di lei si occupava Angelo Carrara, ha tradotto in canzoni alcune poesie di celebri autori, coadiuvata da un gruppo di ottimi musicisti guidato da Lele Battista, che il disco ha arrangiato e realizzato.

Per quanto Patrizia Cirulli non sia nuova a questo genere di esperimenti – il suo primo risale al 2011, quando musicò e cantò “Forse il cuore” di Salvatore Quasimodo (che ritroviamo qui) – “Mille baci” è un’operazione meditata, un progetto studiato. Forse troppo, secondo me: come troppe sono le 18 tracce del disco. Il fatto è che ogni singola componente è di ottimo livello – il canto della Cirulli, la cui voce molto particolare la rende singolare nel panorama italiano; le parole dei poeti scelti (fra cui Oscar Wilde, Federico Garcia Lorca, Gabriele D’Annunzio, Charles Baudelaire e l’immancabile Alda Merini); le musiche, suonate da gente di rispetto e di vaglia – ma le tre componenti mi appaiono sovrapposte e non fuse.

Provo a spiegarmi: Patrizia Cirulli inventa melodie per i versi dei poeti, ma i versi delle poesie non sono versi di canzoni. Sono un’altra cosa, non necessariamente migliore o peggiore: ma sono un’altra cosa. Sicché quel che un po’ lascia freddi all’ascolto è l’artificio che sta alla radice dell’operazione. Immagino che già non sia stato facile ottenere il permesso per usarli, i versi di queste poesie; ma sarebbe stato, per quanto assai più difficile, più assennato ispirarsi a quei versi per riscriverli con parole nuove in forma di versi di canzone. Perché quel che ne deriva, cantandoli per come sono stati scritti, è una innaturalità che a volte ricorda certe cose recenti di Battiato, a volte i dischi “bianchi” di Lucio Battisti (però Pasquale Panella non scriveva, per Battisti, delle poesie, ma dei testi destinati a diventare canzoni); una sorta di recitarcantando che appartiene più alla musica colta che alla musica leggera. Niente di male, intendiamoci, anzi; ma è roba che, ecco, non fa per me.

E così succede che i due momenti che mi hanno emozionato, in questo disco in cui si usano l’italiano, il francese, l’inglese, lo spagnolo, il portoghese, sono due “canzonette” – queste sì, lo sono – cantate una in napoletano (“Quanno parlo cu te” di Edoardo De Filippo) e una in romanesco (la splendida “Primavera” di Trilussa). Due poesie in dialetto nate già con dentro la musica, nella loro metrica (terzine di ottonari chiuse da un settenario la prima, strofe di endecasillabi la seconda), nel suono delle loro parole, e che la voce di Patrizia Cirulli esalta insieme ad arrangiamenti non invasivi, perché qui sono essenzialmente accompagnamenti. Ecco: dovessi da questo album trarre un consiglio, la prossima volta mi pare sia questa la strada da seguire. Scegliere le poesie non in base all’importanza delle parole, non in base all’importanza dei poeti che le hanno scritte, e nemmeno in base alla loro bellezza letteraria. Ma scegliere poesie con parole semplici e popolari, come dev’essere una canzone per essere una bella canzone. Altrimenti è un esercizio di stile; nobile, ma un po’ sterile.
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