«HOPELESSNESS - Anohni» la recensione di Rockol

Anohni - HOPELESSNESS - la recensione

Recensione del 11 mag 2016 a cura di Marco Di Milia

La recensione

C’era una volta Antony Hegarty, figura di culto della New York underground, una voce potente e duttile al servizio di armonie eteree e leggere, legate a doppio filo al fascino sottile dell’ambiguità. Per chi si fosse addentrato nei peggiori bar della grande mela c’era la possibilità di assistere alle performance di una chanteuse en travesti, dal fisico imponente e una carica interpretativa del tutto fuori dall’ordinario. Anthony in breve ha saputo creare quella realtà, artistica e umana, che cercava da tempo per sé, finendo per diventare una stella tale che personaggi del calibro di Lou Reed e Björk non erano immuni al suo carisma.

Senza la band, la vita di Antony si celebra con una nuova identità, quella tutta al femminile di Anohni e un primo album come solista, “Hopelessness”, che segna una decisa svolta rispetto al passato. Accantonate le precedenti produzioni orchestrali si affida ora alla collaborazione dei guru dell’elettronica Hudson Mohawke e Onethrix Point Never per prenderci a schiaffi con la sua voce.
Sorretto da un muro di beat e suoni sintetici, “Hopelessness” è il grido rabbioso di Anohni contro un mondo sempre più alla deriva. Non c’è speranza o redenzione perché non ci sono più appigli a cui aggrapparsi per sfuggire al baratro in cui siamo caduti. L’elettronica, stridente e pulsante, si fa viva offrendo la base con cui Anohni mostra i denti scagliandosi contro i mille disastri del nostro tempo: ambientali, politici, economici e sociali.
Canta in “Watch me” del controllo individuale sempre più serrato (e accettato con noncurante passività) in cui si giustifica l’occhio del grande fratello in nome di una non meglio identificata sicurezza collettiva. “4 degrees”, singolo pubblicato a fine 2015, ci parla di un mondo ormai malato e prossimo alla sua fine, in un crescendo dove pathos e carica emotiva producono una delle prove vocali più intense di questo album, diventato un inno per le richieste degli ambientalisti alla Conferenza sul Clima di Parigi dello scorso dicembre. Il brano “Drone bomb me” - accompagnato da un video interpretato da Naomi Campbell - invece affronta il tema delle guerre moderne, capaci di disumanizzare ancora di più la già brutalizzante esperienza di chi vive il conflitto. Nel testo una ragazza afghana parla a un drone come si farebbe a un amante, chiedendogli di farle esplodere la testa e permetterle così di ricongiungersi nella morte alla sua famiglia. Poche parole, pesanti come delle bombe.
Senza speranze è anche il sentimento di fallimento della politica americana e dell’amministrazione Obama: quel “yes we can” così reclamizzato alla fine si è trasformato in un “don’t”. “Obama” è uno degli episodi più controversi di “Hopelessness”, un mantra dissonante in cui emerge tutta la delusione per quel vento di cambiamento che il primo presidente di colore degli Stati Uniti avrebbe potuto portare e che invece non ha prodotto. Un’occasione persa per rinnovare le sorti di un Paese che, nel bene e nel male, si fa interprete dei valori di democrazia e libertà nel mondo, lasciandosi alla spalle un vuoto istituzionale difficile da colmare, non solo per gli afroamericani ma per l’umanità tutta.
“Hopelessness” non è un disco facile o leggero e non potrebbe esserlo, visti i tempi che corrono. E’ tragico e consapevole, senza autocommiserazioni di sorta. I suoi colpi migliori sono nella prima parte del programma e sanno andare a fondo, proprio là dove fa più male. Anohni non ha cercato di indorarci la pillola ma ci ha offerto il suo punto di vista di artista sensibile al suo mondo e al suo presente. Senza peli sulla lingua, come già aveva fatto nei confronti del Papa - “una fonte di danni” per quella posizione poco aperta sulle famiglie “non convenzionali” – e, soprattutto, come in occasione della sua assenza alla notte degli Oscar dello scorso 28 febbraio: nonostante una nomination per la colonna sonora del documentario sul riscaldamento globale “Racing extinction” non c’è stato l’invito a esibirsi. Un transgender con un brano che parla di morte e distruzione forse era davvero troppo per la prima serata di una puritana famiglia americana. Senza un lieto fine, queste canzoni di protesta degli anni duemiladieci non ci offrono altro che il peso specifico del problema, lasciandoci liberi di scegliere la strada da seguire. Tolta la maschera di Antony, Anohni ha saputo trarre dalla sua femminilità quella forza per raccontarci come stanno le cose.
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