«UNA SOMMA DI PICCOLE COSE - Niccolò Fabi» la recensione di Rockol

Niccolò Fabi - UNA SOMMA DI PICCOLE COSE - la recensione

Recensione del 22 apr 2016 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

E’ logico, a pensarci bene. Se c’è un cantante in Italia che usa le parole con grazia, in maniera emotiva ed emozionante, senza mai una lettera di troppo, è Niccolò Fabi. Lo fanno tutti i cantautori, fa parte della definizione del mestiere, ma negli anni Niccolò ha costruito un suo stile preciso, un suo modo di raccontare storie calde, di avere idee ed opinioni, che arrivano all’ascoltatore in maniera quasi discreta, senza la benché minima traccia di invadenza. Canzoni discrete, ma non per questo meno belle, anzi - proprio per questo ancora più toccanti.
E’ logico che Niccolò Fabi abbia fatto un disco così: poche note, tutte al posto giusto, esattamente come le sue parole. Un disco inciso da solo, in campagna, fatto di chitarre acustiche, e qualche altro strumento a colorare: un tocca di elettrica, un po’ di batteria, un po’ di piano.

Nella nostra intervista, Niccolò ha raccontato. di avere precisato meglio la sua identità dopo l’esperienza con il trio: così come Gazzé è diventato ancora più surreale con “Maximillian”, così come Silvestri è diventato ancora più vulcanico con “Acrobati”, Fabi è diventato ancora più emotivo: la canzone iniziale, quella che dà il titolo all’album, stabilisce perfettamente le coordinate di quello che è uno dei dischi italiani più belli di questo 2016, non solo dal punto di vista musicale, ma anche lirico: “Abbiamo due soluzioni o un bell’asteroide e si riparte da zero/o una somma di piccole cose/Una somma di passi che arrivano a cento/di scelte sbagliate che ho capito col tempo/ogni voto buttato ogni centimetro in più/ come ogni minuto che abbiamo sprecato e non ritornerà”.
Il mondo di riferimento del disco, si è detto in lungo e in largo, è l’indie-folk americano, quello rurale e un po’ retrò. Vero, verissimo: “Filosofia agricola”, forse la canzone più bella dell’album, si apre con due chitarre arpeggiate sovrapposte che potrebbero uscire da un disco di Iron&Wine o quel mondo, e ha un crescendo che potrebbe essere di Bon Iver. Ma, paragoni a parte, il fatto è che la scrittura di Fabi è perfetta per questo tipo di arrangiamenti, spogliati dai tocchi di elettronica di inizio carriera o da suoni inevitabilmente più prodotti.

Poi magari quelli che ascoltano quel mondo lì lo snobberanno perché è Italiano, non è abbastanza cool o abbastanza hipster, non è abbastanza indie. Il fatto è che, al di là di ogni etichetta, è solo buona musica, e una delle migliori prove di uno dei nostri migliori cantautori.
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