«SANTANA IV - Santana» la recensione di Rockol

Santana - SANTANA IV - la recensione

Recensione del 18 apr 2016 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Premessa for dummies. Delle varie incarnazioni della band di Carlos Santana la prima è la più celebrata, interessante, calata nel suo tempo, giacché contribuì a introdurre il latin rock al pubblico yankee a partire dalla celebre esibizione al festival di Woodstock. Ed è quindi già stata etichettata come magica e storica la reunion della formazione diciamo così classica per un album che idealmente si riallaccia ai primi tre e che infatti ne segue la numerazione romana, manco fosse uscito nel 1972 al posto di “Caravanserai” e non nel 2016, quando oramai ci si è abituati a sentire Santana suonare “La flaca” e a vederlo collaborare con Pitbull. Anche la copertina con il leone del debutto del 1969 e il logo del periodo di “Abraxas” veicola il messaggio passatista, l’idea di ricatturare le vibrazioni di una delle stagioni più felici della band.

E quindi, riecco assieme Carlos Santana, Gregg Rolie, Michael Carabello, Michael Shrieve e Neal Schon, alla cui caparbietà si deve la reunion. Non sono esattamente quelli di Woodstock, piuttosto quelli di “Santana III”. A dare loro una mano ci sono collaboratori ultraventennali come Karl Perazzo alle percussioni e Benny Rietveld al basso. «Non abbiamo dovuto forzare le vibrazioni», ha detto il chitarrista, «da subito abbiamo ripreso a suonare con lo stile che il pubblico identifica con i Santana». Significa che “Suonos” rimesta il fondo zuccheroso di “Europa”, certi passaggi di “Anywhere you want to go” strizzano l’occhio a “Oye como va”, “Blues magic” rimanda a “Black magic woman”. E insomma, c’è un inevitabile effetto auto-cover in cui cadono rocker ben più giovani. Bisogna essere disposti ad accettare “Santana IV” per quel che è: la performance di un gruppo di fantastici musicisti che riprendono un concept perfezionato quarant’anni fa. Sicuramente c’è qualche pezzo di troppo, però niente di particolarmente imbarazzate – o forse lo è giusto quel «Vieni qui, ragazza, siediti sulle mie ginocchia» usato come introduzione melliflua a “Anywhere you want to go” – e nemmeno di straordinario, non per chi ha amato i dischi pubblicati a cavallo fra anni ’60 e ’70.

Se ancora oggi veneriamo le prime incisioni della band di Santana è per l’energia frenetica, lo spirito libero, il senso di esplorazione, l’effetto shock provocato dal trovare Tito Puente e Ray Barretto dentro al rock-blues. Niente di tutto ciò è presente in “Santana IV”. Quel che ieri ci sembrava rivoluzionario oggi suona rassicurante, eppure questo disco è la cosa migliore che Carlos Santana abbia fatto negli anni ’10. Ci sono le jam chitarristiche, ci sono congas e organo Hammond come da tradizione, ci sono tracce di psichedelia fine anni ’60, c’è il messaggio d’amore universale a lui caro. E anche i due pezzi cantati dall’ospite Ronald Isley, con il quale Santana ha inciso un intero album intitolato “The power of peace”, sono furbetti, ma niente affatto male, a parte il suono so 80s della batteria di “Freedom in your mind”.

Va detto che “Santana IV” non ha grandi canzoni, però conquista per la capacità dei musicisti di suonare assieme, di creare un sound unico e immediatamente riconoscibile fondendo i propri talenti in una poderosa voce collettiva. Prendendo a modello i suoi anni migliori, Carlos Santana si è liberato di parte del kitsch, del pop stucchevole, della logica dell’ammucchiata all-star che i suoi detrattori trovano respingente. È una buona notizia. E lo è anche per lui, che a quanto pare non vede l’ora d’incidere un “Santana V” e intanto suona in un supergruppo con la moglie Cindy Blackman e i grandi jazzisti Herbie Hancock, Wayne Shorter e Marcus Miller, e pensa a un album su John Coltrane in coppia con John McLaughlin. Un altro viaggio nel passato, quaranta e passa anni dopo “Love devotion surrender”.
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