«BLUES OF DESPERATION - Joe Bonamassa» la recensione di Rockol

Joe Bonamassa - BLUES OF DESPERATION - la recensione

Recensione del 05 apr 2016 a cura di Paolo Panzeri

La recensione

“Blues of desperation” è il dodicesimo album di Joe Bonamassa e segue, a distanza di diciotto mesi, “Different shades of blues”, dato alle stampe nel settembre del 2014. Dodici dischi stanno a significare una bella e corposa carriera per chiunque, a maggior ragione se si considera che il ‘ragazzo’ ha solamente 38 primavere sulle spalle.
Ad ogni successiva pubblicazione del nativo di Utica la domanda che sorge spontanea, prima di partire con l’ascolto, è: Joe sarà anche questa volta una delle migliori chitarre del reame?

Partiamo: “This train”, la prima canzone della tracklist, più di un segnale forte e chiaro lo lancia. Una cavalcata senza requie, così come non conosce pace l’inesorabile incedere di una locomotiva sulle rotaie. Un blues che attinge a piene mani dalla tradizione nel quale la chitarra è posta giustamente al centro del villaggio. La seguente “Mountain climbing”, riff ‘a tutto rock’ di chitarra in primo piano, si incastra alla perfezione con “This train”, qui Joe si appoggia sapientemente al metronomico incedere della batteria di Anton Fig - turnista di pregio, punto di forza per oltre venti anni della resident band del Letterman Show guidata da Paul Shaffer - e alle voci delle coriste Mahalia Barnes, Jade McRae e Juanita Tippins. Se la malattia di cui soffrite viene definita dagli specialisti ‘fame di assolo’, seppure un pochino patinati, troverete gusto e soddisfazione negli otto e oltre minuti di “No good place for the lonely” e nei sei della title track. Più ‘souleggiata’ è “The valley runs low” dove coro e tastiera – questa a cura di Reese Wynans che si erge a protagonista qualche traccia più avanti in “Livin’easy”, allorquando è la chitarra di Bonamassa a mettersi al suo servizio - assecondano perfettamente il cantato. “You Left Me Nothin’ Nut The Bill And The Blues “ fa parte della famiglia dei quanto classici tanto riusciti blues rock ed è uno dei migliori episodi dell’intero album. Non sfigura neppure la successiva “Distant lonesome train”. Sazi e appagati siamo pronti per il finale, la temperatura non accenna a scendere e allo scoccare dell’ora di ascolto la ‘disperazione’ di Joe Bonamassa ha termine

Il disco è stato scritto e inciso a Nashville e gli immaginari cui rimandano i testi sono i classici della mitologia blues, strazi del cuore compresi. Del resto è un disco di genere, tali riferimenti sono praticamente dovuti e se proposti con la giusta perizia vanno a tutto vantaggio del risultato finale. E il risultato finale è di tutto rispetto. Uno dei migliori album di Joe Bonamassa che, ne siamo sicuri, avrà l’onore di frequentare i piani alti delle classifiche di vendita.
Se proprio una critica si può e deve muovere a “Blues of desperation” è quella di concedersi un filino troppo a una produzione che ha gonfiato alcuni brani oltre il dovuto dando, a volte, l’impressione di guardarsi allo specchio deragliando dalla via più breve. Però, per rispondere al quesito iniziale…ebbene sì, Joe Bonamassa è ancora una chitarra per cui vale la pena impegnare qualche ora del proprio tempo. Per quelli poi che si rifanno al vecchio adagio di San Tommaso e vogliono oltre che vedere con i propri occhi anche ascoltare con le proprie orecchie, senza trucco e senza inganno, se ne avrà occasione unica in Italia il prossimo 14 luglio all’Anfiteatro Camerini di Piazzola sul Brenta (Pd).
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