«BEAUTIFUL LIES - Birdy» la recensione di Rockol

Birdy - BEAUTIFUL LIES - la recensione

Recensione del 29 mar 2016 a cura di Mattia Marzi

La recensione

In un periodo in cui l'elettropop - e l'elettronica più in generale - sembrano dominare le scene musicali internazionali, Birdy resta piuttosto fedele a sé stessa e alle sue passate produzioni e pubblica un disco pieno di canzoni acustiche, pianistiche, introspettive e malinconiche. L'album porta per titolo "Beautiful lies" ed è il terzo lavoro discografico della cantautrice britannica di origini olandesi, ancora pressoché sconosciuta al pubblico italiano (ad eccezione di quei pochi che se la ricordano grazie al suo passaggio sanremese del 2013), dopo l'eponimo album di debutto del 2011 e "Fire within" del 2013.



Registrato interamente a Londra, in diversi studi sparsi nei vari angoli della capitale britannica (Rak Studios, Rokstone Studios, State of the Ark Studios, Music Shed e Sarm Music Village), il disco contiene 14 brani le cui lavorazioni hanno visto Birdy collaborare con un team numeroso di produttori: su tutti spiccano i nomi dei pluripremiati Jim Abbiss (Björk, Massive Attack, Kasabian, Emeli Sandé, Adele) e Steve Mac (Leona Lewis, James Blunt, One Direction), accanto ai quali troviamo pure il duo dei Myriot, TMS, Jamie Hartman, Felix Joseph, Al Shux, Rømans e la stessa Birdy.
Un aspetto interessante dell'album riguarda proprio la produzione: ascoltandolo, si ha l'impressione che sia stato prodotto da un'unica persona, tanto omogenee e compatte sembrano le canzoni a livello di produzione e di arrangiamenti. E quando, al termine dell'ascolto, si leggono i crediti del disco e si contano i nomi di ben nove produttori - comunque un numero inferiore a quelli di "Fire within", che erano 12 - si rimane positivamente colpiti.

A livello di sonorità, il disco non segna una vera e propria evoluzione rispetto ai precedenti lavori della cantautrice, che continua a cimentarsi con un repertorio indie folk con accenni di pop. Rispetto a "Fire within", che strizzava un po' l'occhio al pop da primi posti della classifica, "Beautiful lies" propone canzoni più difficili all'ascolto, meno facilmente digeribili e tutte molto pianistiche; sono canzoni dal mood "dark e dreamy", per usare le stesse parole della ventenne cantautrice di Lymington, ovvero oscure e sognanti: Birdy, che parla di questo disco come del "raggiungimento della maggiore età", canta di amori finiti, di ombre e di demoni e lo fa con la sua solita mestizia e malinconia. Così non solo nei brani caratterizzati da arrangiamenti più pianistici ed orchestrali ("Shadow", "Deep end", "Word", "Unbroken"), ma anche in quelli più ritmati e all'apparenza più solari ("Wild horses", "Lifted", "Hear you calling", il primo singolo "Keeping your head up"). Il cambiamento è il filo conduttore del disco, a livello tematico: "Ci illudiamo che un momento possa durare per sempre e ci raccontiamo 'bellissime bugie' a noi stessi, ma in realtà il cambiamento è inevitabile", ha detto in merito al titolo del disco Birdy. I riferimenti musicali, se ci sono, sembrano essere i Florence and the Machine (ascoltate la stessa "Keeping your head up"), la Kate Bush di "Wuthering heights" ("Growing pains") e le ballate orchestrali in stile Lana Del Rey ("Silhouette", "Save yourself").

Con "Beautiful lies", Birdy ci invita in un luogo incontaminato e anche un po' idealizzato: "The world's so fast and nothing lasts. Let's save it while we can" ("Il mondo va così veloce che niente dura. Salviamolo finché ne siamo in grado"), canta nella canzone conclusiva del disco, la title track. E in un mondo sempre più tutto lustrini, pailettes e pornografia, mentre le sue colleghe si spogliano nude in copertina o si presentano in perizoma ai loro concerti, lei sforna un disco sincero e fuori dal tempo.
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