«OUROBOROS - Ray Lamontagne» la recensione di Rockol

Ray Lamontagne - OUROBOROS - la recensione

Recensione del 15 mar 2016 a cura di Emiliano Raffo

La recensione

“Ouroboros”, il sesto album in studio di Ray Lamontagne, lascia rapiti ed esterrefatti in egual misura. Cosa non frequente, di questi tempi. Tempi in cui anche quelli che il talento ce l'hanno paiono talvolta eccessivamente devoti ai propri padri putativi.

Lamontagne, uno che a colpi di belle canzoni e arrangiamenti raramente banali è riuscito a costruirsi fior di referenze anche fra chi esige un songwriting ortodosso e rigoroso, prende quasi tutti in contropiede con un album destinato a fare scorpacciate di stellette da qui a fine anno. Ci riesce buttando nel cesso interi capitoli del manuale dell'ottimo songwriter da lui medesimo redatto e concedendosi il lusso supremo di ripensarsi profondamente. Questo misterioso “Ouroboros”, prodotto insieme al barbuto Jim James dei My Morning Jacket, risulta così un album alieno, fuori. Non un disco folle, il capriccioso ghiribizzo di un annoiato, bensì un disco altro rispetto alla norma.

Fatta eccezione per “Hey, no pressure”, quanto di più convenzionale e FM possa offrire “Ouroboros”, questo breve ciclo di canzoni (i quaranta minuti scarsi dell'album suggeriscono una natura pop che, in realtà, si rivela solo ad intermittenza) suona come un autentico viaggione verso nuove dimensioni. Là, dove questa benedetta Americana che alcuni vorrebbero sempre autentica come il più scuro Johnny Cash sapeva essere, viene colpita dai meteoriti della più pastorale psichedelia Seventies. Là, dove una coppia di brani (“Another day” e “A murmuration of starlings”) si tiene stretta stretta e si trasforma in un diamante purissimo inciampando nei Pink Floyd. Là, dove le chitarre, quando meno te l'aspetti, suonano in pieno stile Queens Of The Stone Age (“The changing man”).

Ma è tutto un lusso in cui perdersi, “Ouroboros”, una malinconia di cui non riesci a fare a meno. Quaranta minuti dilatati in cui l'episodico graffio (“While it still beats”) non stona affatto con il mood rarefatto degli altri brani. E' “Homecoming”, il pezzo d'apertura, che detta il tono del disco. Questa trasognata filastrocca che ti entra dentro neanche facesse irruzione con il più plateale dei sing-along. Un gioiello sospeso nell'etere che punta agli astri. E sì, perché “Ouroboros” è un capolavoro notturno che prende vita quando le ore piccole sono stanche e gli occhi intorpiditi. Ti ritrovi lì, a inseguire l'alba fissando una manciata di stelle sparse in cielo a casaccio e Ray è insieme a te, a suggerire lo sfondo sonoro, a sussurrarti che gli eterni misteri che quotidianamente ci strattonano con sospetto vigore si annidano proprio lassù, nelle volte celesti.
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.