«THIS UNRULY MESS I’VE MADE - Macklemore & Ryan Lewis» la recensione di Rockol

Macklemore & Ryan Lewis - THIS UNRULY MESS I’VE MADE - la recensione

Recensione del 01 mar 2016 a cura di Claudio Todesco

La recensione

È un breve momento d’incanto, un attimo fugace in cui la musica ferma il tempo. Succede quando Macklemore smette di rappare del suo amico Kevin morto per overdose di farmaci e della voglia che abbiamo tutti quanti di fuggire dal dolore. Poco prima che un coro gospel si spenga, ecco la voce di Leon Bridges che riempie il silenzio col suo timbro vellutato, carezzevole, luminoso. «La prego, dottore», canta il soulman texano, «mi dia una dose di sogno americano». E per magia, un tema difficile come la medicalizzazione della società dà vita a un momento d’estasi pop. È uno dei passaggi migliori di “The unruly mess I’ve made”, il secondo album di Macklemore & Ryan Lewis. “The heist”, il disco che ha portato il duo di Seattle sulla ribalta tre anni fa, era in equilibrio tra riflessioni su temi controversi – l’omosessualità, la dipendenza, il consumismo – e musica gioiosa in cui l’hip-hop era letto in chiave pop. “Unruly mess” s’inserisce nello stesso solco. È il disco di un rapper bianco che canta stupidaggini e un minuto dopo fa i conti con i suoi demoni, la celebrità, la razza.


E pensare che l’album è stato annunciato da “Downtown”, un inno scanzonato e un po’ ridicolo alla gioia di scorazzare per la città a bordo di uno scooter, realizzato con l’aiuto dei pionieri dell’hip-hop Melle Mel, Kool Moe Dee, Grandmaster Caz e di Eric Nally dei Foxy Shazam, impegnato in un ritornello da musical camp, una miscela improbabile e favolosa. Sono questi i momenti che definiscono Macklemore, rapper lontano dal boasting ossessivo dei colleghi, che si mostra ora pensoso, ora volutamente sciocco. Anche se adesso viene lanciato il pezzo più tamarro dell’album, quella “Dance off” con Idris Elba e un Anderson .Paak sottoimpiegato, e anche se contiene momenti di puro svago come l’antisalutista “Let’s eat”, alla fine “Unruly mess” deve il suo carattere alle canzoni riflessive e tormentate che derivano dall’eccezionalità della posizione di Macklemore, un rapper bianco indipendente d’immenso successo che si ritrova stretto fra l’epopea razziale di Kendrick Lamar e il delirio d’onnipotenza di Kanye West. Non avendo la loro aura e nemmeno il loro talento, si fa voce del buon senso dell’America bianca e fa teatro dei propri tormenti personali, che tornano in “St. Ides” e “Bolo tie”. Le sue rime dal tono colloquiale poggiano sulle basi di Ryan Lewis che passa, qui, da panorami sonori di buon effetto a parti pianistiche reiterate, da cori gospel a richiami all’hip-hop vecchia scuola come testimoniano i featuring di “Downtown”. Ci sono anche KRS-One e DJ Premier in “Buckshot”, un pezzo sugli anni in cui Macklemore di giorno lavorava da Subway e di notte batteva con altri writer la città del grunge e della Sub Pop.

Al posto di colpire subito con un pezzo forte, Macklemore affida l’abbrivio del disco a un resoconto della cerimonia dei Grammy 2014, in cui portò a casa con Lewis quattro premi, per poi scusarsi con Lamar che avrebbe meritato di vincere quello per l’album rap dell’anno con “Good kid, m.A.A.d city”. I sei minuti e mezzo di “Light tunnels” sono uno psicodramma individuale sullo sfondo di una follia collettiva. Lewis stende un tappeto d’archi da colonna sonora ansiogena, mentre il rapper racconta lo spaesamento di fronte alla cultura della celebrità e dell’egotismo che viene esposta in quelle cerimonie, fra scandali, presunti drammi, incidenti sexy e trending topics che alimentano l’economia dei clic. “Growing up” è il contrario, meno verbosa, più accessibile: essendo diventato padre nel 2015, Macklemore non resiste alla tentazione di dedicare alla figlia Sloane un testo sentito ma ordinario, eppure la canzone è una delle più riuscite del disco grazie al tono placido e al ritornello vagamente gospel intonato da Ed Sheeran. E così va l’album: ad eccezione di “Kevin”, i pezzi coi testi più interessanti non sono quelli più immediati.

Il finale è a suo modo memorabile. I nove minuti di “White privilege II” hanno generato un numero di “think pieces” superato solo da “Formation” di Beyoncé. È la canzone più cinematografica del disco. Anzi, è difficile chiamarla canzone, è un cortometraggio sonoro su razzismo e appropriazione culturale che fotografa Macklemore alla manifestazione del novembre 2014 contro la decisione di scagionare l’ufficiale di polizia accusato di avere ucciso il giovane afroamericano Michael Brown. Attraverso una serie di quadri sonori che calano la canzone nei fatti di quel giorno e nelle letture che sono state fatte del movimento #BlackLivesMatter, Macklemore si confronta coi propri sensi di colpa di rapper e cittadino americano bianco, col significato della propria opera, con l’opportunità di appropriarsi di una cultura altrui. È un pezzo potente, per niente facile, coraggioso. Dopo il milione e mezzo di copie vendute solo negli Stati Uniti da “The heist”, Macklemore & Ryan Lewis avrebbero potuto indugiare sul lato leggero della loro musica, concependo il secondo album come una serie di punti esclamativi, alla “Can’t hold us”. E invece hanno messo in fila una serie di punti interrogativi, assumendo il rischio di alienarsi una fetta di pubblico toccando temi inappropriati. Ma come canta Jamila Woods sul finale dell’album, «il nostro silenzio è un lusso e l’hip-hop non è un lusso».
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