«LE STORIE CHE CI RACCONTIAMO - Perturbazione» la recensione di Rockol

Perturbazione - LE STORIE CHE CI RACCONTIAMO - la recensione

Recensione del 02 feb 2016 a cura di Daniela Calvi

La recensione

Il nuovo dei Perturbazione forse non è il disco che ci si aspettava da loro, okay. Ma è un disco pieno di buone intenzioni di belle canzoni. “Le storie che ci raccontiamo” arriva dopo la loro fortunata partecipazione al Festival di Sanremo, vero, ma stiamo anche parlando di tre anni fa. In mezzo ci sono state molte altre cose ben più importanti: la scia piena di soddisfazioni che ha lasciato un disco come “Musica X”, un tour lungo un’estate che li ha visti calcare i palchi delle piazze d’Italia, la rottura netta, dolorosa quanto doverosa con Gigi Giancursi (storico membro della band, chitarrista e autore insieme a Tommaso Cerasuolo) che negli ultimi tempi non condivideva molto la virata verso un cambio di stile che stava compiendo la band.

Ascoltando e riascoltando “Le storie che ci raccontiamo” (sì perché per scrivere una recensione bisognerebbe fare così: si ascolta, si riascolta, si torna indietro e si ascolta di nuovo…), sembra che il risultato sia il giusto compromesso tra l’elettronica di “Musica X” e le canzoni in classico stile Perturbazione che sono andate a riempire dischi indimenticabili come il più recente “Del nostro tempo rubato” o il più storico “In circolo”.
La produzione elettronica di questo nuovo album, massiva e repentina ma resa con intelligenza dal produttore Tommaso Colliva, rende il lavoro fresco e d’impatto. Il singolo ne è l’emblema: “Dipende da te” è pop e radiofonica da subito, con un ritornello che funziona, bello, melodico ed un buon testo che mette sempre più in risalto i miglioramenti vocali del cantante Tommaso Cerasuolo.
Il disco prosegue con “Trentenni”, forse uno dei meno immediati. Non che non funzioni, anzi, ha tutte le componenti del caso: elettronica, ritmo, movimento, ritornello pop, ma forse le parole vanno un po’ a scontrarsi con la melodia e il senso del brano lascia un po’ il tempo che trova, così come un’altra canzone che troveremo più avanti, “La prossima estate”. Forse, inizialmente, non tutti i testi delle canzoni risaltano come dovrebbero, rimanendo un po’ soffocati sotto i nuovi arrangiamenti, ma questo lo trovo un punto a favore, specie in un momento storico in cui basta un minuto per capire se una canzone ci piace o meno, e le critiche/analisi di un disco vengono fatte con una frase lanciata sui social a casaccio. Certo, non stiamo parlando del nuovo dei Radiohead, ma un disco di una band oramai storica nella scena indie italiana, che richiede il massimo rispetto e tutta l’attenzione del caso.

Il bello di questo album, però, è che se da una parte ti spiazza, un attimo dopo ti sa emozionare con canzoni come “Una festa a sorpresa”, dove l’atmosfera ricorda brani come “Iceberg” e “On Off”, e “Ti aspettavo già”, con quella melodia che sembra sconnessa ed invece passa dalla morbidezza della strofa all’esplosione del ritornello perfetto. Poi certo che la mancanza di Giancursi si sente, sarebbe sorprendente il contrario, ma come ha ribadito Cristiano Lo Mele (chitarrista della band), è un disco molto suonato, dove le chitarre sono presenti ovunque e le collaborazioni ad arricchire il tutto non mancano, come quella con Massimo Martellotta dei Calibro 35 che dà il suo prezioso contributo al pianoforte in diversi brani.
Nel disco c’è poi Andrea Mirò, ottima cantante e polistrumentista che sarà al fianco dei Perturbazione durante il tour e che nel disco duetta con Cerasuolo in “Cara rubrica del cuore”, un brano dove l’elettronica viene meno per mettere in evidenza il più possibile il delicato tema (sì, certo, forse non originalissimo) del fenomeno delle chat per single, dove lui mette la foto di un altro ed è costretto a negarsi l’incontro con una fanciulla perché le ha mentito. C’è Ghemon che presta il suo rap in “Everest”, brano che inizialmente sembra una canzonetta buttata lì nel mezzo per mischiare un po’ le carte, ma che ascolto dopo ascolto rimane uno degli episodi più belli e divertenti insieme a “Cinico”, altro bellissimo esemplare dell’album, con un incalzare e un crescendo che cattura ed emoziona al punto da non far pensare più a niente, se non al fatto che questi siano i nuovi Perturbazione. Il disco si chiude con la dolce “Da qualche parte nel mondo”, e “Le storie che ci raccontiamo”, brano che mette il punto con uno dei testi più forti e schietti di tutto l’album e ospita Emma Tricca, cantautrice italiana migrata a Londra.

In conclusione, se si intitola “Le storie che ci raccontiamo” forse dovremmo solo prestare più attenzione e un po’ più di ascolto ai brani, perché il bello di questo album è che sembrano tanti dischi in uno, e per quanto spiazzante sia all’inizio, sulla lunga distanza trovo invece sia un punto a favore, specie all’idea di poter trovare sempre qualcosa di nuovo negli ascolti che verranno. Ci vuole solo un po’ più di pazienza. Non mi sembra una richiesta così assurda per un gruppo che ha sempre lavorato bene, che non ha quasi mai sbagliato un colpo e non è mai sceso a compromessi.
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