«BLUENOTE CAFE - Neil Young» la recensione di Rockol

Neil Young - BLUENOTE CAFE - la recensione

Recensione del 10 dic 2015 a cura di Emiliano Raffo

La recensione

E’ il 1988. Neil Young e i suoi Bluenotes (non temete, tra loro ci sono sempre fidi Crazy Horse quali, fra gli altri, Poncho Sampedro e Frank Molina) sono un tripudio di r'n'b ottimamente orchestrato, un rockaccio da saloon speziato di fiati Stax. Peccato che siano poche le anime a cui tutto questo importa. Poche ma ottime, a giudicare dalla calda interazione pubblico-artista di questo “Bluenote Café”, live registrato fra Toronto, Cleveland, Frisco, Hollywood e chissà ancora dove.

“Freedom” (1989) e “Ragged Glory” (1990) sono vicini, quasi alle porte, ma devono ancora arrivare. L’imminente “febbre grunge” è ancora abbondantemente underground e Neil Young, lungi dall'essere riscoperto come nume tutelare di ogni riff alternative-rock di inizio Nineties, sta finalmente chiudendo gli anni '80, la sua epoca più deludente. Nemmeno particolarmente controversa, proprio deludente.
Tuttavia, se la cultura filologica che abbraccia ristampe e riscoperte di ogni sorta qualcosa ci ha insegnato è che in quest'epoca di debordante passatismo è spesso divertente ripercorrere anche le pagine più oscure di un artista. E se neppure il più incallito Young-ologo, credo, sogni un box quadruplo di outtakes tratte da “This Note's For You” (1988, appunto), è assai intrigante fare di nuovo la conoscenza di quell'album (l'ultimo di una serie di dischi appannati iniziata nel 1981 con “Re-Ac-Tor”) attraverso questo notevole live. Che non resuscita certe canzoni di livello decisamente medio (“Married Man”, “This Note’s For You”, “Sunny Inside”, “Doghouse”), ma conferisce un senso complessivo diverso a ciò che Young stava proponendo in quegli anni oscuri.
Per prendere questo live per il verso giusto è necessario, per un momento, riportare sulla Terra la figura medesima di Neil Young. Non pensate a un concerto emotivamente teso come “Live At Massey Hall 1971”; non pensate neppure all’urticante devastazione di “Weld” (1991), testa bassa sulla chitarra e via surfando sulle onde del feedback. No, qui Young e la sua sezione fiati (soprattutto) si divertono e, spesso, fanno divertire. Immaginate una sontuosa pub-band che ripensa il rock n’ roll di sempre in chiave iper-energetica, ma non ruvida. Non c’è posto per “Cortez The Killer” o “A Man Needs A Maid”, perché Young al suo popolo chiede una cosa semplice: “Chi di voi ha problemi in casa?”. E’ la domanda che suscita il boato più fragoroso. Messaggio ricevuto e missione chiara: siamo qua per farvi divertire. Birra, rock, i fianchi di una cassiera paffuta che si muovono al ritmo giusto, stasera ballano anche quelle che non assomigliano a Jane Fonda. Per chi ha sempre amato Neil Young in virtù delle sue infinite cavalcate chitarristiche o di quei bozzetti di vita vissuta in grado di riaprire antiche cicatrici, forse tutto questo può apparire quasi “frivolo”. Eppure... Eppure brani come “Bad News Comes To Town” e “Crime Of The Heart” (due dei quattro, qui inclusi, mai pubblicati ufficialmente fino ad ora), o come “One Thing”, “Twilight” e “Ordinary People” (quest’ultima misteriosamente tenuta sotto chiave fino alla pubblicazione di “Chrome Dreams II” del 2007!), sono gioie rivelatorie. Ciò che colpisce di questo frizzante live è la coerenza narrativa d’insieme. La febbre sale nei momenti giusti e poi si placa quando è ora di tirare il fiato e stringere la mano della bella al proprio fianco. E’ una regale notte di svago quella che sul palco, 27 anni or sono, vedeva protagonisti Young e la sua ciurma. La conclusiva “Tonight’s The Night”, al solito torrenziale (quasi 20 minuti!), è una delle rare strizzate d’occhio al repertorio classico. In gran parte “Bluenote Café” è la pugnace dichiarazione di una band che desiderava fortemente proporsi in modo diverso dal solito. Una scelta compresa poco o nulla attraverso il disco in studio dell’epoca e che oggi, di colpo, risulta assolutamente condivisibile se riascoltata in chiave live. Tempo neppure un anno, la carriera di Young avrebbe preso strade diverse e l’estetica Bluenotes sarebbe stata presto, e ingiustamente, dimenticata. Tempo di ripassare la Storia, quindi.
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