THE TIES THAT BIND - THE RIVER COLLECTION

Columbia (CDx4)

Voto Rockol: 5.0 / 5

di Giampiero Di Carlo

Occupare il Power Station di New York per diciassette mesi, cancellare improvvisamente la data di uscita, farla slittare di un anno per lavorare con quattro produttori, passare da singolo a doppio album. E’ il 1980, parrebbe un episodio ideale della consueta rock Babylon.

Ma quando Bruce Springsteen, verso la fine del 1979, torna a casa dopo avere portato alla Columbia “The ties that bind” per un ascolto, prende la decisione che cambiò la storia e determinò la fortuna del suo quinto album: lo bocciò egli stesso. L’album non era “abbastanza grande, servivano più colori”. Già. L’album non era sufficientemente capiente per contenere i due elementi che Springsteen, poco più che trentenne, aveva alla fine capito di avere in mente per dare seguito a “Born to run” (1975) e “Darkness on the edge of town” (1978), e cioè: l’ingombrante tema dell’età adulta e un suono che fosse l’essenza della sua band.
Non così banale, gente. E’ il dilemma di base di uno dei maggiori autori della storia del rock che prova a risolvere il contrasto tra la sua naturale predisposizione al cantautorato (le storie; le persone; le vicende; l’io che si mette nei panni di centinaia di “ordinary Joe & Jane”) e la sua altrettanto congenita vocazione di band leader. Non è per questo, dopo tutto, che pensiamo a lui come all’incrocio perfetto tra Elvis e Bob? Showmanship naturale e introspezione sul palco, o l’insostenibile leggerezza di uno spettacolo rock da prendere maledettamente sul serio.

Il racconto dell’età adulta, della crescita, della presa di coscienza che i temi forti della vita diventavano altro si sarebbe combinato con il suono della più grande bar band del mondo solo in una successione fortunata di netti contrasti; se ai tempi trovare la quadra significava espandere lo scopo a un doppio album, a trentacinque anni di distanza scopriamo che sarebbe occorso ben altro spazio, ed ecco dunque “The ties that bind” - il cofanetto (anzi: lo scrigno): 4 CD, 3 DVD. Ore e ore di musica.

“The river” prende corpo quando Jimmy Carter sta cedendo il passo a Ronald Reagan e Margaret Thatcher, dall’altra parte dell’Atlantico, pare non udire le urla dell’altro doppio capolavoro di quell’anno, “London calling” dei Clash. Quando Springsteen è una rockstar conclamata ma con un’immagine così integra da essere fatto salvo dalle ondate del punk e della new wave. Quando l’America, con il Vietnam appena alle spalle, scopre l’hip hop.
Bruce si ritira in campagna, siede a una finestra di fronte alla quale scorre un fiume, per comporre i nuovi brani con la sua chitarra acustica. Comincia una conversazione con sé stesso e presto scopre che il suo formato narrativo è pronto a evolvere, che la sua ormai proverbiale galleria di personaggi sta diventando più ampia e più scura, e che queste storie originano un processo induttivo efficace: può passare con disinvoltura dal particolare al generale, dall’IO alla società tutta. Insomma, questa sua specie di terapia con strumento si rivela perfetta per inquadrare i temi forti di quel momento: senza una posizione politica precisa, naif come un trentenne che il New Jersey aveva provato a prendere a calci, con “The river” Springsteen scopre, parlando di sé attraverso i personaggi ordinari che attraversano le sue nuove canzoni, di essere in diretta connessione con l’America dei suoi giorni e, malgrado sé stesso, di esprimere forti posizioni sociali.

Alla fine del 1979, dunque, resta solo il problema di portare in tour il nuovo album. E al primo giro diventa fin troppo chiaro che il disco “non è abbastanza grande”. E’, forse, un po’ troppo intimista? Si aggiungano dunque altre canzoni che rendano giustizia alla band, una band di forte personalità, ingombrante, black come poche altre formazioni bianche. Bruce si accorge anche che sta cedendo a una moda del periodo, che tende a “controllare” il suono in studio, e scopre che non gli piace: i pezzi non suonano come la E Street Band dal vivo, non riflettono la legacy del gruppo e, soprattutto, quella del leader e del suo partner in crime, Little Steven, due enciclopedie ambulanti del soul e del r’n’b.
Ed così che la prima versione dell’album lascia il passo alla seconda e il disco diventa “The river”: da singolo a doppio album e con quattro produttori: Bruce Springsteen, Jon Landau, Chuck Plotkin e Little Steven svolgeranno ciascuno il proprio ruolo assecondando la propria inclinazione naturale. Al Boss spettano la direzione e la grande visione, su Jon pesa l’onere della critica, a Plotkin compete l’arte dell’ingegneria del suono ed a Little Steven il ruolo di bandiera del soul e della E Street. Springsteen non teme di metterli l’uno contro altro, anzi: attraverso il contrasto tra le loro diverse inclinazioni ritrova la bussola, si libera, identifica una miscela vincente, c’è spazio - per la prima volta – perfino per pianificare a tavolino un singolo di successo, “Hungry heart”. Ora il disco, doppio, suona rumoroso e pieno come dovrebbe, ed è pronto per glorificare la più grande bar band del mondo in tour che avrebbe fatto la storia. E lo scrigno ci restituisce una storia ancora più ampia - se possibile. Le canzoni incise in quel biennio furono oltre 100, e una buona parte sono comprese nei CD 3 e 4, con 44 canzoni inedite o quasi, che espandono la storia e il suono di quel periodo, con alcune perle vere. Ma andiamo per ordine.
I primi due CD contengono “The river”, nella versione rimasterizzata e inclusa nel box pubblicato lo scorso anno. E’ dal terzo CD che comincia il divertimento: ecco cosa c’è nel box, disco per disco.

CD3 -The River: Single Album

La versione singola del 1979, appunto. Se siete mega-fan, di quelli che collezionano bootleg su bootleg, probabilmente lo conoscete già, perché sin questo formato era già girato. 5 canzoni sarebbero poi finite sulla versione doppia - e qua si sento in versioni con un mix leggermente diverse. Tre sono in versione diversa: “Stolen car”, in versione più pianistica (già pubblicata su “Tracks), e una “You can look” in versione rockabilly. “Loose end” (qua senza la “s” finale) venne pubblicata su “Tracks”, “Be true” come lato b di “Fade away” (e su “Tracks”), mentre “Cindy” è inedita. Nel complesso, ascoltale in sequenza - si capisce esattamente l’osservazione di Springsteen: un buon album, non un grande, album. Anche se almeno una delle canzoni poi lasciate fuori (“Loose ends”) è un vero gioiello - e infatti Bruce la recupera spesso dal vivo.

CD4 The River: Outtakes - Record One

Per i fan puri e duri, qua c’è il vero tesoro: le prime canzoni del 4° CD sono il “Record one”, perché sono 11 brani mai pubblicati ufficialmente. L’unica nota è lo strumentale “Paradise by the ‘C’”, pubblicata in una versione dal vivo in “Live ’75-’85”. Alcune non erano mai trapelate neanche nel bootleg (o lo erano in versioni diverse).
C’è molto di quel suono power-pop che si sente in “The ties that bind”, in “Loose ends” e che è il suono di Little Steven: “Party lights", “Night Fire” e “White Town”, per esempio: quest’ultima, con il suo suono 60’s anticipa addirittura certe cose di “Working on a dream”. C’è molto rock (il trittico iniziale). Il r’n’r di “Chain lighting” anticipa il riff iniziale di “State trooper”, per esempio. Due ballate: “The time that never was” e soprattutto un capolavoro vero, “Stray bullett”, con un suono quasi inusuale, con un sax soprano e un giro di piano che richiama la "Sonata al chiaro di luna" di Beethoven: 6 minuti di pura magia, che si chiudono su uno stupendo assolo di chitarra. La tensione viene stemperato dal bozzetto acustico di “Mr. Outside" alla fine.

CD4 The River: Outtakes - Record Two

Tutte queste canzoni arrivano dalle stesse session ed erano già state pubblicate su “Tracks”, tranne una, “Held up without a gun”, pubblicata come lato b di “Hungry heart” e recuperata sul bonus disc di “The essential Bruce Springsteen”, ma in una rara versione dal vivo. Anche qua, grande musica, per chi non la conosce, che viene messa in ordine - soprattutto l’iniziale “Roulette” e “Restless nights”.

DVD 1 The Ties That Bind (Documentary)

Ve ne abbiamo parlato dettagliatamente qui: Springsteen si mette a nudo per un ora, e in cucina o nel suo garage racconta e suona la storia del disco, in una sorta di seduta di psicanalisi. Stupende versioni acustiche dei brani di “The river”: l’unico rimpianto è che non siano state incluse anche in una versione solo audio.

DVD 2 e DVD 3 The River Tour, Tempe 1980 (Bonus: The River Tour Rehersals)

Qua è dove ai fan la crisi di astinenza di Springsteen dal vivo (che dura dal 2013) avrà picchi quasi insostenibili: un concerto quasi intero (24 canzoni sulle 35 originariamente suonate), registrato poche settimane dopo la pubblicazione di the River. Il regista Thom Zimny ha lavorato e rimontato il girato originale, che al tempo venne riprese senza nessun motivo o intenzione di usarlo (la grande lungimiranza del management di Springsteen). Un concerto che i fan di Springsteen conoscono, essendo pure questo circolato in bootleg, ma evidentemente mai a questa qualità. La Ciliegina sulla torta sono le riprese delle prove del tour, a settembre dello stesso anno, 5 canzoni.

Il tutto è racchiuso in una confezione che rivaleggia con la ristampa di “Darkness on the edge of town” per lusso: un libro da 148 pagine e 200 foto. Insomma: è così che si fanno le ristampe: il regalo di natale perfetto.