«LONG LOST SUITCASE - Tom Jones» la recensione di Rockol

Tom Jones - LONG LOST SUITCASE - la recensione

Recensione del 30 nov 2015 a cura di Emiliano Raffo

La recensione

Da quando il rock è invecchiato, il richiamo delle lontane radici perdute, per alcuni artisti, è stato qualcosa di straripante, letteralmente irresistibile. Tanti i tributi d'amore nei confronti di quel mondo incantato pre-r'n'r, sorta di luogo ameno, arcaico e sospeso, in cui stili, suoni e profumi fluttuavano senza costituire esattamente un genere. Era l'informe calderone che creò le premesse all'arrivo di Chuck Berry, Little Richard e, ovviamente, Elvis Presley.

Da quel mondo distante e affascinante Tom Jones attinge a piene mani, senza filtri, da ormai sei anni, segno che la voce stentorea di questo piccolo eroe gallese fresco di bilanci (superata da qualche anno la soglia dei 70, il buon Tom la racconta proprio tutta, o quasi, nella sua recente autobiografia) non è caduta vittima di una senile infatuazione. No, la voce tuonante di Tom si è proprio innamorata di nuovo, e dopo una clamorosa rinascita pop ("Sex Bomb", megahit di inizio secolo, docet), ha deciso di abbandonarsi alle rigeneranti brezze della spontaneità.

"Long Lost Suitcase", titolo e copertina di un vintage quasi obbligatorio, è quindi la terza tappa di un mini-percorso che non conosce ripensamenti. Fratello minore di "Praise And Blame" (2010) e "Spirit In The Room" (2012), il nuovo album è l'equivalente sonoro di un brandy stravecchio. Vicino a un fuoco, in una sera di tenebroso inverno, fa il suo bravo mestiere con straordinario afflato poetico. La tavola imbandita dal debordante Tom è un generoso banchetto dove abbuffarsi di prelibatezze archeo-blues (il duetto Nashville-style con Imelda May, invece, non riesce certo a placar la fame). Tutto già sentito? Tutto di maniera? Niente affatto, perché Tom Jones, prima dell'estasi bondiana anni '60, c'era già. E inspirava proprio ciò che qui espira a pieni polmoni.

"Opportunity To Cry" apre le danze in modo soffuso e confessionale e "Bring It On Home" è più sedata e meno sexy di quanto non fosse nella trasposizione dei Led Zeppelin, mentre l'impeto di brani come "Everybody Loves A Train", "I Wish You Would" e "Take My Love (I Want To Give It)" è un'onda anomala che ci fa schiantare contro il bancone di uno stramaledetto pub di quartiere. Musica da risse andate, rancori mai zittiti e amori mai perfettamente a fuoco. Non poteva mancare Elvis, evocato nella spettrale e declamatoria "Elvis Presley Blues". Lui, che con quel ciuffo oltraggioso e quelle mossette seduttive ha regalato una carriera a un esercito di voci nate a pane e blues.

"Long Lost Suitcase" non è l'album che spingerà qualche Greil Marcus in erba a riscrivere i libri di Storia, ma è un disco tremendamente viscerale e vivo. Da un lustro a questa parte Tom Jones sta costruendo il sentiero dorato che potrebbe condurre al definitivo addio alle scene. E' un sentiero che ci riporta alle sue origini, al senso di meraviglia che abitava nei suoi occhi più ingenui. Quegli occhi che, prima di una (quasi) infinita parata di hits, ascoltavano sia la musica che le ragioni del cuore.
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