Se il primo incontro fra queste due entità si poteva considerare più un disco dei Soulsavers con Gahan ospite alla voce, ora l’ugola dei Depeche Mode ha indiscutibilmente dato un contributo di primaria importanza alla definizione di brani, atmosfere e mood. Questa volta è il suo tormento a essere protagonista e, lasciatemelo dire, si tratta di una performance magistrale. Non che ci fossero dubbi sul peso e le capacità dei soggetti, ma non era scontato che il risultato fosse davvero interessante... del resto, come insegna il proverbio, il troppo stroppia. Non in questo caso.
In linea con la precedente proposta (e portandone i presupposti a un livello superiore), “Angels and ghosts” è un disco polveroso, desertico, torrido, intriso di ombre infuocate, visioni febbricitanti e – fattore principale – molto rock, basato cioè su chitarre, voce e piano elettrico. Blues/gospel ombroso, moderno ed evocativo, mai banale, con tocchi dal respiro più ampio, che trascende i paletti del genere (troppo spesso confinato a una parodia e a una citazione acritica di stilemi imparati a memoria sui testi sacri). Se vogliamo, il territorio di un simile viaggio musicale è quello azzardato e non esattamente battuto dello Spaghetti Western in salsa filosofica, intriso nell’assenzio e nel groove esistenzialista.
A colpire è la disinvoltura con cui Gahan si cala, ancora una volta e con maggiore trasporto, in una dimensione molto lontana da quella dei suoi Depeche – che, peraltro, nonostante la longevità, hanno dimostrato di avere ancora cartucce e idee da spendere, senza manifestare stanchezza o crisi di idee. “Angels and ghosts” ha quel feeling immediato del disco che ti entra dentro, che scava e rimane lì. Il motivo? Tocca corde universali per i fan del rock in senso lato. Va al cuore della faccenda, là dove si sono avventurati i grandi, a volte senza tornare indietro e finendo sotto qualche metro di terriccio con vista cipressi.
Fra gli highlight dell’album ci sono “You owe me” e “Tempted”, che stabiliscono il mood e il feeling dell’intero lavoro con i loro riverberi desertici. Ma probabilmente il cuore pulsante del disco è “One thing”, una ballad per piano e voce che distilla sensibilità pop wave e vibrazioni ombrose da bluesmen vagabondi, per creare una gemma oscura dal carico emotivo non comune.
Album del mese, quasi senza dubbio. Fra i migliori dell’annata incontrovertibilmente.