«AVENUE B - Iggy Pop» la recensione di Rockol

Iggy Pop - AVENUE B - la recensione

Recensione del 15 ott 1999

La recensione

Le tastiere entrano da lontano, insieme agli archi, e creano come un’onda di suono, che viene e va, come quelle che suonavano i vecchi armonium da chiesa. Poi arriva la voce di Iggy Pop, calma, decisa, a pronunciare le parole di “No s*#t”, il brano che apre l’album: «E’ stato durante l’inverno del mio cinquantesimo anno/che mi ha preso/ero veramente solo/ e non era rimasto per niente abbastanza tempo/ogni risata e contatto fisico che potessi avere/diventava più importante/stranamente, ho iniziato ad appassionarmi ai libri/e la mia casa e i miei studi hanno iniziato a significare molto per me/mentre prendevo in analisi le circostanze della mia morte/volevo trovare un modo per bilanciare gioia e dignità nel momento in cui me ne sarei andato/ma soprattutto, non volevo prendere più merda in faccia/ o almeno non da chiunque».
L’età incalza anche Iggy Pop, che si racconta senza schermi e protezioni in questo nuovo album. Se Bowie con “Hours” lo ha fatto a suo modo, passando sempre e comunque attraverso se stesso e le proprie considerazioni, Pop sceglie una via più obliqua, facendo luce sui particolari che contornano la sua vita, e che poi tanto particolari non sono. Le relazioni con ragazzine giovani (“She called me daddy”, “Miss Argentina”, “Nazi girlfriend”), il senso di solitudine e di vuoto che lo assale senza di loro (“Long distance”, “Afraid to get close” e soprattutto la title-track), il finto cinismo che anima canzoni come “I felt the luxury” («…perché sono un americano pragmatico del middle-west/e posso pisciare su una tomba/ mentre do il benvenuto ai miei ospiti…) e la difficoltà di comunicazione sono gli argomenti che più accalorano l’Iguana. Iggy Pop firma un album tenero e tenebroso, ritratto di una personalità vulcanica (“Shakin’ all over”, “Corruption”, “Español”) e fragile (“Long distance”, “She called me daddy”), con sprazzi pop inseriti in un contesto rock intimista e continuatore di certe atmosfere tipiche dei Velvet Underground. Inutile soffermarsi a sottolineare come la voce di Iggy su questo album sia “LA” voce per eccellenza (e Bowie, che in alcuni casi l’ha clonata, lo sa benissimo): “Avenue B” è un album molto newyorkese, nudo nei suoni e nei contenuti, splendidamente prodotto da Don Was (già dietro un suo album di tutt’altra grana, l’inquieto “Brick by brick”) e non mancherà di riservare gradite sorprese ai vecchi ammiratori dell’Iguana, oltre a essere necessario come il pane per quanti ascoltano e fanno rock in giro. Raw power.
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