«HOLLYWOOD VAMPIRES - Hollywood Vampires» la recensione di Rockol

Hollywood Vampires - HOLLYWOOD VAMPIRES - la recensione

Recensione del 17 set 2015 a cura di Andrea Valentini

La recensione

La storia di questo supergruppo è ben nota, ormai, ma talmente glamour che vale la pena rinfrescarla – just in case, come dicono gli anglofoni. In pratica all’alba degli anni Settanta Alice Cooper – che stava assaporando un momento di gloria con il fortunatissimo “School’s out” – assemblò una compagnia di amiconi per dare vita a una specie di club esclusivo e dedito a un’arte dalla tradizione millenaria: l’alcool e le bevute più esagerate. Insieme al buon Vincent Fournier, gli altri Hollywood Vampires tesserati erano John Lennon, Harry Nilsson, Keith Moon e Ringo Starr – ma c’era sempre posto per nuovi membri (Jim Morrison, Jimi Hendrix...) l’importante è che fossero in grado di bere più degli altri e lo dimostrassero durante le riunioni periodiche che si tenevano presso il Rainbow di West Hollywood.
Fast forward al 2012: Cooper e il suo buon amico Johnny Depp decidono di rievocare i fasti degli Hollywood Vampires, ma eliminando l’elemento dell’eccesso e dell’alcool. Ma come? Semplice: mettendo su una band. È così che viene reclutato anche Joe Perry degli Aerosmith e iniziano le registrazioni di un disco – un progetto ambizioso, che vede il coinvolgimento di tanti ospiti, amici e colleghi, in una specie di “Who’s Who” del rock mondiale. In questo album, infatti, troviamo nomi del calibro di Perry Farrell (Jane’s Addiction), Dave Grohl, Sir Paul McCartney, Joe Walsh, Slash, Duff McKagan, Robbie Krieger (Doors), Zak Starkey (il figlio di Ringo Starr), Brian Johnson, Kip Winger e Christopher Lee.

Troppi galli nello stesso pollaio? In effetti era il timore che un po’ tutti avevano. Eppure, contro ogni previsione, il risultato è più che godibile e questo disco riesce a trascendere il concetto un po’ preistorico della “parata di star”, facendo invece apprezzare della buona musica. Certo, i pezzi sono al 90% cover – gli originali sono solo tre, uno dei quali è un’introduzione a cura del leggendario e compianto Christopher Lee – ma si tratta di brani iconici, riletti in maniera personale e stuzzicante, senza pesantezze e aloni di nostalgia, ma con tanta energia rock (ad esempio si veda la versione di “My generation”: un pezzo inflazionato e strasentito che evoca subito il mood da compilation in special price dei cestoni del supermercato, ma Cooper, Depp e i loro soci ce la fanno gustare ancora una volta con piacere).



Il collante dell’operazione è senza il minimo dubbio Alice Cooper – e non lo è solo a livello di concept e ideazione: è, infatti, merito della sua incredibile voce, sempre viziosa e cattiva, nonostante le 67 primavere abbondantemente superate (a gennaio saranno 68) se canzoni come “Whole lotta love”, “Jeepster”, “Break on through” – e tutti gli altri classiconi in tracklist – diventano protagoniste di un’operazione di lifting e cosmesi molto gradevole.
Certamente non è un disco rivoluzionario, ma è senza il minimo dubbio un album che – preso come divertissement rock, fatto da rocker per rocker – ha un valore. E poco importa se fra tre, quattro anni probabilmente nessuno lo ricorderà più: rimane, comunque, un capitolo scritto.





A latere, è interessante ricordare anche la confezione: il disco si presenta con un look da libro antico, che è stato ideato dallo stilista e designer John Varvatos (proprio quello che ha acquistato il CBGB’s di New York e ci ha aperto un suo store esclusivo): anche lui è originario di Detroit come Alice Cooper – e con lui da anni collabora, utilizzando il re dell shock rock come testimonial del brand.
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