«BEAUTY BEHIND THE MADNESS - The Weeknd» la recensione di Rockol

The Weeknd - BEAUTY BEHIND THE MADNESS - la recensione

Recensione del 03 set 2015 a cura di Michele Boroni

La recensione

Tra il 2012 e il 2013 sulla scena musicale emersero una serie di giovani artisti black che proponevano varie forme di r'n'b con base electro, ma tutti “in minore”, caratterizzati da voci in falsetto, downbeat, testi tra il lascivo e malinconico, influenze hiphop e uno spleen nuovo tra gli artisti nu soul. Insieme a Frank Ocean, Miguel e How to dress well (bianchissimo ma con forti riferimenti black) c'era anche questo Abel Tesfaye, canadese di origini etiopi ma che si celava dietro al nome The Weeknd. Rispetto agli altri, il suo posizionamento era più indie-cameretta e si fece notare con tre mixtape – riuniti poi in “Trilogy” - molto interessanti e originali, che univano a una patina elettronica e un tessuto melodico tipicamente soul dei testi sui confusi rapporti sessuali tra ventenni.

Il suo primo lavoro compiuto - “Kiss Land” del 2013 - lasciò molti con l'amaro in bocca, testimone di un talento ancora acerbo. In questi anni Abel ha lavorato cantando e producendo star già ben collaudate come Ariana Grande e Sia, intessuto rapporti con hit maker come Max Martin (fautore delle ascese di Britney Spears, Katy Perry e Taylor Swift) e il risultato è questo “Beauty behind the madness” che fin dai primi singoli usciti nei mesi scorsi si preannuncia come uno dei blockbuster di questo fine 2015. La raccolta contiene infatti “Earned it” tema tutto archi di “50 sfumature di grigio” e quel gioiellino pop-funk che è “Can't feel my face” che ha ricordato a tutti il Re del Pop prodotto da Quincy Jones.

In realtà il fantasma di Michael Jackson aleggia in tutto il disco, vuoi per il falsetto di Tesfaye, vuoi per una perfetta produzione a vocazione mainstream (“In the Night” sembra uscire direttamente da “Bad”). Ovviamente non è un disco derivativo, la struttura sonora di The Weeknd è ben presente, a volte punta più sull'epico (nell'iniziale “Real Life”), altre volte invade il territorio ballate intense del rivale-collega Frank Ocean (la conclusiva “Angel”). Qua e là emerge un po' di ripetizione anche se sempre ben confezionata: “Often” e “The Hills”, poste anche in sequenza, si somigliano molto, l'acustica “Shameless” porta con sé il marchio del dejavu e, in generale, la voce malinconica e tormentata di Abel viene presto annoia.
Oltre alla già citata “Can't feel my face” spiccano “Tell your Friends” che riprende un sample di un oscuro pezzo soul (“Can't stop loving you” dei Soul Dog) magistralmente prodotto da Kanye West che ci fa ricordare il suo “Late registration” dove riprendeva quei suoni e quelle atm. Funziona anche bene il duetto con Lana Del Rey (“Prisoner”), mentre totalmente fallito è quello forzatissimo con Ed Sheeran (“Dark Times”) dove lo stile acustico del cantautore britannico non si incontra mai con la voce r'n'b di The Weeknd.
I testi sono come sempre molto espliciti tra droghe, psicodrammi, autodistruzione e molto sesso: “Often” è un inno all'eiaculazione femminile mentre “Tell your friends” e “The Hills” è tutto un bullarsi di sballi e scopate in giro, liriche che un po' stridono con la confezione sonora pop e mainstream, ma che forse vogliono dimostrare al mondo che The Weeknd rimane sempre un outsider.
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