«BLOOD - Lianne La Havas» la recensione di Rockol

Lianne La Havas - BLOOD - la recensione

Recensione del 24 ago 2015 a cura di Mattia Marzi

La recensione

Tre anni fa Lianne La Havas faceva il suo debutto ufficiale con un album, "Is your love big enough?", divenuto in breve tempo una rivelazione, tanto da ottenere nomination ai Mercury Prize e agli Ivor Novello Awards (tra i premi musicali più ambiti della musica britannica) e l'elezione a "Album of the year 2012" da iTunes; nei mesi successivi alla pubblicazione del disco, che ha venduto un totale di 200.000 copie, la cantautrice è stata a lungo in tour e si è guadagnata l'attenzione di artisti di spessore internazionale quali Alicia Keys, Prince e Bon Iver, con i quali ha anche avuto modo di collaborare. Terminata la promozione di "Is your love big enough?", Lianne La Havas è dunque volata in Giamaica: un viaggio casuale che si è trasformato in un vero e proprio viaggio alla riscoperta delle proprie radici e dei suoni della sua terra (la cantautrice è per meta greca e per metà giamaicana). E' venuto fuori così questo nuovo lavoro, "Blood", che è prodotto da Paul Epworth, Mark Batson e Stephen McGregor (incontrato proprio in Giamaica).

A differenza di "Is your love big enough?", che era incentrato per lo più su sonorità acustiche, il secondo album di Lianne La Havas spazia da atmosfere soul e neo soul ad altre più jazz, passando per episodi di r&b, reggae e cenni di musica gospel (tra le influenze dichiarate di "Blood" ci sono Lauryn Hill e Jill Scott, due artiste molto apprezzate dalla cantautrice). L'ascolto si apre con "Unstoppable", scritta insieme a Paul Epworth in seguito alla fine di una relazione, una canzone che oscilla tra la potenza degli archi e della chitarra elettrica ed il fascino delle sonorità soul e che presenta alcuni degli elementi di base di "Blood", su tutti il groove travolgente e la ritmica serrata, che ritroviamo pure in pezzi coinvolgenti come "What you don't do", "Never get enough", "Midnight" (brano impreziosito dalla presenza di una sezione di fiati) e "Grow" (con percussioni tribali); in linea di massima, insomma, una metà del disco è caratterizzata da un sound travolgente e dinamico. L'altra metà di "Blood", invece, in continuità con il precedente lavoro della cantautrice, presenta brani dagli arrangiamenti più minimal, spogli, in cui le chitarre rivestono il ruolo di uniche protagoniste: è così nell'elegante e raffinata "Green & gold", in "Tokyo", "Wonderful" e "Ghost" (dove accanto alle chitarre ritroviamo percussioni un po' tribali).

Tutto "Blood", insomma, si regge sull'equilibrio tra potenza e minimalismo, tra brani più carichi a livello di arrangiamento ed altri più tendenti all'essenzialità. Ad unire il tutto c'è un preciso e interessante lavoro di produzione (in diversi episodi dell'album la fusione di stili e generi tra loro diversi non permette di individuare in maniera netta il sound di riferimento: basti ascoltare "What you don't do", dove la musica r&b incontra la raffinatezza del jazz e la spensieratezza del doo-wop) e una seducente eleganza che non viene a mancare neppure nei brani più "sporchi" del disco.
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