«BENEATH THE SKIN - Of Monsters and Men» la recensione di Rockol

Of Monsters and Men - BENEATH THE SKIN - la recensione

Recensione del 24 giu 2015 a cura di Valeria Mazzucca

La recensione

Qualcuno avrebbe dovuto avvertire gli Of Monsters And Men: mentre loro erano chiusi in studio a preparare il nuovo disco, qualcosa là fuori stava cambiando. La band islandese all'inizio del mese ha pubblicato il suo secondo album da studio, "Beneath the skin": con tutto il rispetto per chiunque decida di mostrare apertamente quel che c'è "sotto la pelle", il rischio - quando ci si concentra troppo su se stessi - è di trascurare il quadro generale circostante. E si sa, il nostro mondo gira veloce, tutto passa e tutto cambia nel giro di pochi anni (e anzi quella di poter parlare per anni è una gentile concessione di sempre meno campi ormai).
Tutto questo per dire cosa? Tutto questo per dire ai vari Nanna, Ragnar, Brynjar e compagnia cantante che hanno confezionato un lavoro tecnicamente molto buono, ma hanno rallentato troppo il passo e perso il treno. L'indie pop/folk di band che preferiscono essere collettivi, che macinano epica alternativa, o epico alternative rock, hanno fatto il loro tempo. L'hanno capito i Mumford & Sons, l'anno capito gli Arcade Fire e c'è il rischio che l'abbiano sospettato persino i Sigur Ros.

"Beneath the skin" è un album di 11 tracce o di una traccia della durata di 48 minuti. Si apre con il bel singolo "Crystal" che fa il suo ingresso come una sposa in chiesa: con quella luce negli occhi si avvicina sicura e decisa all'altare, avanza e lascia dietro di sé il lungo strascico del velo che passa sotto gli occhi degli invitati alla cerimonia. Purtroppo per gli OMAM, dopo il primo brano, i successivi sei sono come quel lungo strascico: la stessa maglia che si ripete e si ripete fin quando non ci si chiede "non sarà eccessivo" o "ma quando finisce"? E' così che brani come "Human", "Hunger", "Empire" e via dicendo risuonano proprio come "un lupo senza denti", citando la band stessa e il pezzo "Wolves without teeth".



L'altro punto saliente di "Beneath the skin" si raggiunge infatti solo verso la fine con "Black water" che, beninteso, non differisce di molto dalle colleghe, ma con il suo arpeggio iniziale e il suo incalzare di violini, piano e grancassa aiuta a scrollarsi di dosso il torpore.
Degno di nota poi è il pasticcio musicale della traccia seguente, "Thousand eyes": innalzarlo a orgasmo sarebbe troppo, ma è un valido espediente per raggiungere uno stadio di libertà emotiva che per il resto del disco sembrerebbe un po' troppo ristagnante. Forse sarebbe stato più efficace come brano di chiusura.
A cinque anni dal loro esordio gli Of Monsters and men hanno dato prova delle loro capacità e possibilità con il primo pluri- riconosciuto "My head is an animal". Hanno dimostrato di sapere cavalcare l'onda della tendenza, seguendo la scia di chi è passato prima di loro.
Ma, rebus sic stantibus, se non si danno un'occhiata intorno rischiano di essere ricordati come "quelli di 'Little talks' ".
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