«THE MONSANTO YEARS - Neil Young» la recensione di Rockol

Neil Young - THE MONSANTO YEARS - la recensione

Recensione del 23 giu 2015 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Nel 1988 Neil Young pubblicò un album, “This note’s for you”. Era accompagnato da un video, diretto da Julien Temple (regista della “Great rock ’n’ roll swindle” e di “Absolute beginners”), in cui Young se la prendeva con la Budweiser (“This bud’s for you” era il loro slogan), con la Pepsi, e con tutte le corporation che sponsorizzavano la musica. C'era persino un sosia di Michael Jackson che prendeva fuoco, come nel famoso incidente sul set.
Oggi, quasi 30 anni dopo, pubblica “The Monsanto years”, in cui attacca Starbucks, Chevron, e quant’altro.
Cosa è cambiato? Niente, o quasi: Young ha sempre fatto un po’ di populismo in musica, usando facili slogan e scagliandosi lancia in resta contro quelli che ad alcuni sembrano mulini a vento. La sua carriera è piena di canzoni politiche, che spesso fanno nomi e cognomi. Se lo può permettere.
Solo che oggi, per usare la famosa distinzione delle fasi della carriera descritte da Arbasino, Neil Young è un "venerato maestro". Negli anni ’80 era in piena fase “solito stronzo”, avendo esaurito da tempo quella di “brillante promessa”. E ai venerati maestri si deve rispetto, anche quando dicono cose apparentemente che in bocca ad altri suonerebbero banali. In fin dei conti, da Neil Young abbiamo accettato (o quasi) quello scherzo di “A letter home” (il disco di cover inciso in una cabina degli anni ’30, ricordate?). Cosa volete che sia un disco contro le corporation?

Per fortuna, “The Monsanto years” è un album che musicalmente funziona, almeno per buona parte dei suo 50 minuti. Dismesso quel che rimaneva dei Crazy Horse, è stato inciso con i Promise of the Real come backing band - ossia il gruppo formato da Lukas e Micah Nelson, i figli di Willie Nelson. Ed è un disco sostanzialmente rock, con quel tipico, unico suono di chitarra elettrica.

Certo, il lato “politico” di queste canzoni fa un po’ sorridere, non per i concetti in sé, ma per come sono trattati in musica. Monsanto è il nome di una storica azienda americana, la prima nel mondo nel campo delle sementi, nota per l’uso delle biotecnologie, e per difendere tenacemente i proprio brevetti. Insomma: una corporation dall'immagine “cattiva” e poco etica, nei confronti di quella “Mother earth” che Young canta da “After the gold rush”. Fa sorridere, sentire ripetut come manta i i nomi delle aziende nelle canzoni (soprattutto in “A rock star bucks a coffee shop” e "Monsanto years"); finisce paradossalmente per togliere forza alle canzoni stesse. E non perché le corporation abbiano risposto alle accuse, o perché queste accuse siano prive di senso. No, proprio per motivi melodici. Canticchiate voi "Monsanto", "Monsanto", e vedete l'effetto che fa...
Perché le canzoni ne hanno, di forza: è il disco più dritto e diretto degli ultimi anni. Più del bello “Pyschedelic pill” (che però ogni tanto si perdeva in lunghe jam con i Crazy Horse), ricorda a tratti un altro disco molto politico, “Living with war”, del 2006. “Big box”, per esempio, è una gran bella cavalcata di 8 minuti, degna dei Crazy Horse, e ben sostenuta dalla ritmica dei due Nelson: una delle cose migliori incise da Young negli ultimi 15 anni. Certo, ha alcuni punti di debolezza: non tutte le canzoni sono all’altezza dell'autore - ma questa è una costante dell’ultimo Young e dei venerati maestri in genere. Insomma, provate a prendere questo album per quello che è: un buon disco di rock, musica di protesta da un grande della musica, che come sappiamo bene non ha il senso del limite su certe cose. Ma quando imbrocca una canzone, un sound, rimane unico.

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