L’idea di un nuovo album di Moroder a trent’anni di distanza dal precedente ha attirato un cast notevole, dalle veterane del pop (Kylie Minogue, Britney Spears, Sia, Kelis) a nomi nuovi (Charli XCX, Foxes, Mikky Ekko) o nuovissimi (Marlene, Matthew Koma). Con vocalist così diversi tra loro, spesso anche in veste di autori, non si poteva che ottenere una compilation molto varia – e “Déjà-vu” lo è senz’altro, ma da questa varietà era lecito aspettarsi anche più sorprese. Il produttore doveva scegliere se puntare sulla nostalgia o sull’innovazione, ma rimane indeciso per gran parte dell’album. Per la sezione nostalgica, Moroder trova le perfette alleate: Kylie non deve sforzarsi affatto per entrare nella parte in “Right here, right now” (peccato che i due non si siano incontrati prima), e Sia, ormai il marchio più versatile del pop, riesce ad adattare la sua malinconia anche alle discoteche degli anni ’70. Ma i due singoli non sono decollati affatto, lasciando forse intendere che quella riscoperta collettiva di cui si parlava prima forse emozioni di più gli artisti e gli addetti ai lavori che gli ascoltatori casuali.
Passando invece alla parte più contemporanea della raccolta, l’elettrizzante “Diamonds” con Charli XCX è di gran lunga l’episodio migliore, per quanto sia anche quello in cui la mano del produttore è meno evidente. Da buon innovatore, Moroder è rimasto aperto alle novità, dichiarando in più di un’intervista di apprezzare l’EDM di oggi. Ma forse gli piace un po’ troppo, dato che alcune tracce potrebbero essere opera di un Avicii o un Van Buuren. L’esempio più estremo è “Don’t let go” con Mikky Ekko: generica, calcolata e fredda malgrado il vocalist faccia di tutto per renderla più drammatica del necessario.
Ed ecco l’altro problema di “Déjà-vu”: Moroder non “eleva” nessuna delle sue voci, che sembrano entrare e uscire dal disco senza perderci né guadagnarci. Charli XCX resta la nuova popstar più energica e convincente in circolazione, Foxes è ancora una volta perfettamente adeguata ma senza particolare fascino, Britney è il solito robot, qui intrappolato in una canzone già di per sé cantilenante (e accostato a un Moroder/vocoder in un bridge del tutto superfluo). È proprio la sua cover di “Tom’s diner” di Suzanne Vega a fornire il migliore riassunto di quest’album: un’idea strana e potenzialmente geniale sulla carta, gradevole ma mai sorprendente nella realizzazione, e in alcuni passaggi del tutto inspiegabile.