«HOW BIG HOW BLUE HOW BEAUTIFUL - Florence and the Machine» la recensione di Rockol

Florence and the Machine - HOW BIG HOW BLUE HOW BEAUTIFUL - la recensione

Recensione del 02 giu 2015 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Tre mesi fa Florence Welch confessava al NME di avere passato un anno infelice. Dietro al nuovo disco “How big, how blue, how beautiful” ci sono un esaurimento nervoso e un pezzo di vita disordinata, una specie di “lost weekend” come quello di John Lennon – persino il luogo è lo stesso, la Los Angeles dal cielo “big, blue, beautiful” evocato dal titolo. Per essere il disco di una donna tormentata, il terzo album della cantante inglese è insolitamente vigoroso, potente, a tratti persino epico. Le canzoni esprimono confusione emotiva e rabbia per una relazione in disfacimento, ma non sfociano mai nella commiserazione. A partire da “Ship to wreck”, che apre il lavoro col timbro tonante del pop-rock radiofonico anni ’70, “How big, how blue, how beautiful” è l’album di una donna che fa i conti con le proprie paure. Per superarle.

Uscito quattro anni dopo “Ceremonials”, il disco che ha imposto Welch e la sua voce imperiosa sulla scena pop, “HBHBHB” è il lavoro più personale di Welch. A quanto pare, è stata Taylor Swift a incitarla a scrivere di quel che stava passando, della sua vita, delle sue relazioni. Non è venuto fuori quello che gli anglofoni chiamano un “breakup album”, ma in certi passaggi ci assomiglia. La cantante trasfigura le proprie esperienze in un mondo poetico dai colori forti, pieno di metafore e riferimenti mitologici. La sua immaginazione è intatta. “Non toccare i sonniferi”, è la prima cosa che le sentiamo cantare, “m’incasinano la testa, portano in superficie grandi squali bianchi che nuotano nel letto”. Welch testimonia la propria vulnerabilità più e più volte: nei confronti di un uomo perennemente indeciso che può lasciarla e riprenderla quando vuole (“What kind of man”), di fronte alla natura che ne materializza i tormenti interiori (“Various storms & saints”), nel pensare a un sentimento talmente forte da spingerla a fare la cosa sbagliata (“Caught”). E quando alla fine Welch invoca madre terra lo fa per reclamare la forza di passare indenne attraverso tutto questo dolore (“Mother”). “È un disco su come imparare a vivere e ad amare senza fuggire”, ha detto la cantante spiegando ciò che distingue queste 11 canzoni (16 nella versione deluxe) dalle storie di evasione dalla realtà contenute in “Ceremonials”.

La sofferenza è redenta dalla voce di Welch, lo strumento più potente dell’album, che a tratti assume un impeto melodrammatico degno di una produzione di Jim Steinman. Il sound messo a punto col produttore Markus Dravs è poderoso, ma non privo di tocchi delicati. “Volevo del calore”, ha spiegato la cantante, “ecco perché siamo tornati a usare maggiormente gli strumenti live”. Accordi di piano potenti, melodie accattivanti, un’orchestra di 36 elementi nel brano che dà il titolo all’album e una sezione fiati arrangiata da Will Gregory (Goldfrapp) donano alle canzoni un carattere quasi celebrativo che fa contrappeso ai testi. Welch è meno incline al melodramma nella seconda parte del disco, ad esempio in “St Jude”. La canzone ha a che fare con “il santo patrono delle cause perse” e con la tempesta che nel 2013 ha flagellato il Nord Europa, e nonostante il tema poggia sul suono leggero di un tastiera che sembrerebbe un harmonium. Ma questo non è il disco di una cantautrice tradizionale e nemmeno un album confessionale. Non invita a riconoscersi nei sentimenti che esprime, ma si presta ad essere ascoltato come si guarda un grande film.
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