«LAST OF OUR KIND - Darkness» la recensione di Rockol

Darkness - LAST OF OUR KIND - la recensione

Recensione del 27 mag 2015 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Tamarri. Glam. Maleducati. Gaudenti. In poche parole: veri British rocker con il bollino DOCG... questo sono, da sempre, i Darkness . E anche con questo nuovo “Last of our kind”, fin dalle prime note, restano fedeli al loro modus operandi e alla loro essenza. Senza compromessi – anzi, quasi esasperando il tutto e portandolo a un livello più elevato.
Tanto per iniziare col piede giusto, l’opener è un tipico pezzo di hard rock taurino (ma molto hard, ai confini dell’heavy, visto il riff portante) che flirta con il rock americano da highway, ma sorprende con un ritornello dark e "satanizzato", con falsetto alla King Diamond. Intrigante? Esatto.
E ancora: come resistere al secondo brano, quella “Open fire” dal riff che ricorda senza pudore i Cult psych/tamarri e deliziosamente crassi della transizione fra “Love” ed “Electric”, in mash-up con un brano di street metal in puro stile Sunset Strip (se avete presente i Motley Crue dei primi due dischi, sapete di cosa si parla)?
La formula non è nuova, non sconvolgerà il panorama musicale (ma esiste davvero qualcosa in grado di fare una cosa simile ormai? E soprattutto: è necessario?), ma funziona al 100%. Perché – cosa che gioventù e sprovveduti tendono a sottovalutare o a non considerare – per fare i tamarri credibili e non cadere immediatamente nella parodia da Bagaglino del rock, ci vuole stoffa. Tanta. E spessa.

Forse l'unica piccola caduta di tono si registra con la ballata americanissima e un po’ troppo parodistica “Wheels of the machine”, che mescola falsetti da castrazione medioevale a riff tipici da colonna sonora di film romantico tipo “Top Gun”/”Dirty Dancing”; ma i Darkness con un colpo di reni inaspettato si buttano di testa nel vortice del Queen-sound, sfoderando subito dopo una “Mighty wings” degna di una jam fra Thin Lizzy, Brian May e Freddie Mercury.
Con “Mudslide” entriamo invece in territorio AC/DC, affrontato col filtro del glam made in UK, per un risultato di rara cafonaggine, ai confini con il junk shop glam più oscuro e pregiato... insomma, una chicca di nostalgia vintage indiscutibile.



Tutto procede su questo tono, sospeso fra taurina esuberanza on the road e provocazione glam Seventies, con tocchi di metallo e rock adrenalinico da corsa sugli autoscontri delle giostre di paese: l’effetto è piacevole, divertente e – come il rock ogni tanto deve essere – defatigante, disimpegnato.
“Last of our kind” non cambierà nulla a livello di dinamiche, equilibri, gusti e percezione della band, ma è in grado di regalare una decina di schegge rock da manuale, nostalgiche al punto giusto, ben cesellate e con una band in grado di crederci e farsi credere.
Nota marginale: la sporadica presenza della batterista Emily Dolan Davies – già uscita dai Darkness, ma in studio per le session del disco – non inficia per nulla il risultato. Il suo drumming dritto, quadrato e basilare ben si sposa con il mood dell’album, che non ne soffre minimamente.
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