«MOCK TUDOR - Richard Thompson» la recensione di Rockol

Richard Thompson - MOCK TUDOR - la recensione

Recensione del 03 ott 1999

La recensione

Ammirato e stimato all'unanimità dai suoi colleghi inglesi ed americani (Bruce Springsteen e John Mellencamp, giusto per citarne un paio, stravedono per le sue canzoni) Richard Thompson è effettivamente un caso anomalo nel panorama della musica moderna. Musicista (soprattutto, ma non solo, chitarrista) eccellente, songriter mai banale, ricercatore curioso e insaziabile Richard Thompson ha da tempo trovato uno standard invidiabile nella qualità della sua produzione. Gli si può forse imputare il fatto che i suoi dischi non siano così profondamente diversi gli uni dagli altri, ma c'è sempre una soluzione, un'atmosfera, un tocco che li rende immediatamente riconoscibili. Succede anche nel nuovo “Mock Tudor”, uscito un po' a sorpresa appena dopo l'estate: un album di una eleganza cristallina, con splendide canzoni arrangiate in maniera semplice e poco pretenziosa, ma che colgono subito nel segno. Rispetto al suo passato immediato, ovvero “Mirror blue” e “Industry”, “Mock Tudor” è più diretto ed immediato: la produzione di Tom Rothrock e Rob Schnapf sembra tenere in primo piano l'essenziale, ovvero la chitarra e le canzoni di Richard Thompson. L'effetto, rispetto al lavoro con Mitchell Froom (che qui comunque suona le tastiere) è quello di far risaltare la qualità del lavoro dei fidati collaboratori di Richard Thompson, ovvero Dave Mattacks alla batteria, Danny Thompson al basso nonché il figlio Teddy alla chitarra. Tra le canzoni, che si dipanano come una lunga novella di vita londinese, sono da segnalare “Dry my tears and move on” (con le parti di fiati che s'incastrano alla perfezione con la voce di Richard Thompson) e la ballata conclusiva, “Hope you like the new me”, che condensa in cinque minuti esatti tutto lo stile riconosciuto a questo discreto, sorridente e inarrivabile cantautore inglese.
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