«NO PIER PRESSURE - Brian Wilson» la recensione di Rockol

Brian Wilson - NO PIER PRESSURE - la recensione

Recensione del 10 apr 2015 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

C’è un'immagine che mi torna in mente, quando penso a Brian Wilson e ai Beach Boys: estate 2012, il tour della reunion e dei 50 anni passa da Milano, all'Ippodromo. Mike Love, che negli anni ha continuato a portare in giro il marchio, sembra uno di quei ricchi americani sopra le righe, anzi un po' molesti, che trovi nei luoghi di villeggiatura e parlano a voce alta. Wilson, il vero motivo per cui ero andato a vedere quel concerto, era a lato, seduto al piano: sguardo vuoto, sembrava completamente assente, si riattivava solo a intermittenza. Al netto di vedere dal vivo un mito vero, fu una serata davvero imbarazzante.
Quella reunion si sfasciò, con Love di nuovo a litigare con Wilson, Al Jardine e David Marks, estromessi dalle date successive .

Non so se Wilson quella sera era assente di suo, se le tensioni si facevano sentire, se erano i lasciti della malattia che lo ha tenuto lontano dalle scene per lungo tempo. Dal suo ritorno lo scorso decennio però è stato davvero prolifico: sette album in dieci anni. Questo “No pier pressure” doveva essere il secondo album di quella reunion dei Beach Boys, dopo “That’s why God made the radio”; invece è diventato un disco solista di Wilson o quasi, il primo di inediti dopo “That lucky old sun”. Quel “quasi” si spiega con il fatto che alla realizzazione del disco hanno preso parte uno stuolo di ospiti come She and Him, ovvero Zooey Deschanel e M. Ward, Nate Ruess dei fun., Sebu Simonian dei Capital Cities e gli altri estromessi dai Beach Boys Al Jardine e David Marks - quasi una sorta di album collettivo, inciso con Don Was Jim Keltner, Kenny Aronoff e Dean Parks - insomma, gente scarsa.




Il mondo di riferimento di Wilson è sempre quello: in copertina c’è un “pier”, uno dei moli che stanno sull’oceano in California, ma visto da sotto, con una luce scura. Wilson cerca un nuovo punto di vista su quel mondo? Non proprio, perché le prime note di “This beautiful day” spiegano che il marchio sonoro di fabbrica è quello, non è cambiato di una virgola. E’ semmai la seconda canzone a preoccupare, “Runaway Dancer” (con Sebu Simonian): quel suono rivisitato - male - in chiave moderna, quasi dancettara. E' solo un episodio, per fortuna, ma il tentativo di coinvolgere nomi giovani funziona comunque fino ad un certo punto: “On the island” (con She & Him) è molto tradizionale, e in fin dei conti non sposta molto il tiro dai brani incisi con i più maturi ex compagni di (s)ventura Al Jardine e David Marks, “What ever happened” e "Tell me Why". Il pezzo più interessante, alla fine, è “Saturday night” con Nate Ruess dei fun. - che sembra arrivare da un altro lato della California, quello di CS&N, con quelle chitarre elettrica e quel “dududù” che ricorda un po’ “Suite: Judy blue Eyes”. Spiace che le chiacchierate collaborazioni con Frank Ocean e con Lana Del Rey non siano poi presenti - ammesso che esistano davvero, sarebbero state interessanti.

“No pier pressure” è un disco che non cambia la considerazione che abbiamo di Brian Wilson: non è un capolavoro, ma spiega che non è catatonico come l’avevamo visto nel 2012. Ha ancora voglia di giocare e di mettersi in gioco, anche se non sempre gli riesce bene.
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