«THE DAY IS MY ENEMY - Prodigy» la recensione di Rockol

Prodigy - THE DAY IS MY ENEMY - la recensione

Recensione del 08 apr 2015 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Signore e signori, benvenuti nel luglio del 1997. Preparatevi a un’estate bizzarra di alluvioni e temperature buone, anche se non torride come paventato: sentirete parlare moltissimo di El Niño, soprattutto nei notiziari e nei bollettini meteo. Vi ricordiamo che, da questo momento, Internet andrà a 56k e sarà una novità poco diffusa, i vostri cellulari saranno in grado di gestire solo telefonate e sms (i più evoluti anche qualche foto sgranata) ed è appena uscito il primo capitolo della saga di Harry Potter. Siamo lieti di informarvi che fumare nei locali pubblici è consentito.

Ora siamo pronti per affrontare questo “The day is my enemy” – ultima fatica dei Prodigy in ordine di tempo) con il mood più adatto. Il motivo? Semplice... di fronte a una scena radicalmente mutata, per quanto concerne elettronica, dance, rave e big beat (e chi usa più questi ultimi due termini, peraltro?), i Prodigy sembrano avere imboccato – e deliberatamente – la strada del ritorno al (proprio) passato. Per cui niente accenni alle recenti evoluzioni EDM dalla scena dance, ma una volontà di attenersi allo spirito più duro, scuro, pericoloso e un po’ lurido dell’incubatrice da cui il sound della band nacque nel 1990.



Il gps del viaggio musicale contenuto in “The day is my enemy” sembra (e come poteva essere, diversamente?) puntare alle coordinate del fortunatissimo “The fat of the land” – per gli episodi più rock – e a quelle di “Music for the jilted generation”. Un album intransigente, dunque, old school, con tocchi nemmeno troppo celati di Nine Inch Nails, Rage Against The Machine e Sisters of Mercy; il tutto in salsa Prodigy. L’impatto è buono: violento, stordente, senza mezze misure. L’unico problema è che, oggettivamente, un sound simile ormai è spogliato (per ragioni cronologiche) della potenza devastante che ha avuto 25 anni fa... l’abbiamo metabolizzato e i Prodigy sono una categoria musicale ben nota. Insomma, non colpiscono più come una volta.
La mancanza dell’effetto novità non rende però l’album trascurabile. Se vogliamo, invece, è uno dei più riusciti della produzione recente della band, una sorta di recupero della vena hardcore e intransigente di loro esordi: partirono con la volontà di criticare la commercializzazione della scena rave/big beat, paradossalmente ottennero un grande successo commerciale... e ora sembrano volere ribadire il concetto: la musica da ballare non è solo l’EDM patinata e imbottita di pop.

Come tutti i “ritorni al futuro”, “The day is my enemy” non è impeccabile – a tratti suona un po’ troppo patinato e realizzato col pilota automatico – ma regala anche ottimi momenti. E non sarebbe giusto mettere in croce Howlett e compari per qualche autocitazione di troppo.
Niente di nuovo sul fronte occidentale. Ma se avete amato i Prodigy al loro top, vi piacerà anche questa loro ultima fatica.

Menzione speciale per il featuring dei due cattivissimi filosofi da pub di periferia Sleaford Mods, che in “Ibiza” si scagliano – nel loro stile intransigente e violentissimo – contro la scena mainstream dei club EDM di Ibiza, fatta di dj superstar e musica di plastica:

“Attacca il cavetto, roba pre-mixata, ci sono cascati tutti,
tutto dipende dall’attrezzatura,
amici segaioli coi capelli ossigenati in piedi ai lati del palco, portati in aereo appositamente,
jet privato, pilota personale”.
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