«FREEDOM TOWER – NO WAVE DANCE PARTY 2015 - Jon Spencer Blues Explosion» la recensione di Rockol

Jon Spencer Blues Explosion - FREEDOM TOWER – NO WAVE DANCE PARTY 2015 - la recensione

Recensione del 30 gen 2015 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Idolo dell’underground fangoso e zozzo, terrorista del noise più tossico, dandy della scena alternativa, predicatore folle del rock’n’roll moderno, Elvis from hell wannabe che si avvicinava più al compianto e grandissimo Lorenz che a Jeffrey Lee Pierce... lo abbiamo visto fare un po’ di tutto il buon Jon Spencer. Tanto che ogni uscita che lo coinvolge è un po’ minestra riscaldata e un po’ sorpresa esaltante. In percentuali variabili ogni volta.
Ebbene, questo “Freedom tower - No wave dance party 2015” è per certi versi minestra riscaldata, ma da un cuoco perverso figlio del demonio più lussurioso, che l’ha resa torrida, piccante, proibita, lasciva, goduriosa. Insomma, ci aspettavamo una lattina di pasta e fagioli del supermercato scaldata al microonde... e ci troviamo in mano la memorabile valigetta di Hunter S. Thompson imbottita di droghe di ogni tipo per affrontare Las Vegas.

Spencer (insieme all’iconico chitarrista Judah Bauer e al batterista Russell Simins) ci conduce in un viaggio pulp e lordo nelle viscere di una New York le cui vestigia sopravvivevano – forse – ancora tra gli anni Ottanta e Novanta, ma ora possono solo essere celebrate.
Ed è proprio qui la chiave di lettura: Spencer – che è un astuto showman – omaggia una scena e un mood in cui originariamente la sua musica è nata, fermentata e maturata, ma che ormai non esistono più. La strada percorsa è quella della rievocazione, che funziona alla stragrande – pensate a quei funerali dei film americani in cui tutti si ubriacano e fanno festa. Non c’è niente di speciale qui dentro, ma non c’è neppure una nota fuori posto: tutto funziona.
Se ancora non si fosse intuito, da un bel po’ non si sentiva un disco così compatto e convincente che abbraccia queste sonorità rock caleidoscopiche in un mix di punk, garage, blues, heavy funk, r&b rabbioso e rockabilly... e mettiamoci anche qualche citazione di hip-hop seminale (nel flow delle linee vocali che a sprazzi si trasformano in veri e propri proto-rap) e una spruzzata di glitch, linee di theremin, effetti elettronici dal sapore vintage – gli stessi che resero speciali “Orange “ e “ACME” (21 e 17 anni fa, rispettivamente).

Il risultato è che si balla dall’inizio alla fine e ci si scopre a seguire le linee di chitarra sincopate, pensando che sono di una semplicità sbaragliante, eppure ti stendono senza possibilità di reagire. Un KO secco, fatto di distorsione rabbiosa, ma soprattutto di ritmi che fanno muovere gambe e chiappe in maniera coattiva (e a tratti deliziosamente coatta, se vogliamo cercare il pelo nell’uovo)

Questo è il funk-punk bianco dei new yorkers stralunati, figli del rock’n’roll deragliato. Questo sound è un liquido appiccicoso e puzzolente che percola dalle grate dei tombini più lerci, vecchi e nascosti del Bronx, del Lower East Side, del Greenwich Village... uno slaim vischioso che – volente o nolente – ti prende, ti ingloba e ti costringe a divertirti come se fosse il 1978. O il 1988. E, di questi tempi, vogliamo per caso sputarci sopra? Nossignore.
Grazie Jon.
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