Recensioni / 24 mar 2015

Kendrick Lamar - TO PIMP A BUTTERFLY - la recensione

Voto Rockol: 5.0 / 5
Recensione di Michele Boroni
TO PIMP A BUTTERFLY
Interscope Records (CD)
Senza tante premesse o inutili prologhi, passiamo subito al giudizio: “To pimp a butterfly” di Kendrick Lamar è un disco importante che alza di molto l'asticella del genere hip-hop e di tutta la black music. E' un disco importante da tutti i punti di vista: musicale e culturale, per i testi e le basi, per la sua struttura e per come si interseca con la storia contemporanea.
Ma procediamo per gradi (sì, questa è una recensione lunga, siete avvertiti) e partiamo con la musica.

L'esordio del 2012 di Kendrick Lamar era un gran bel disco hip-hop, prodotto sapientemente da Dr.Dre, suoni giusti del momento e ottimi sample, uno strorytelling che funzionava e, in più, la scoperta di un rapper dal notevole flow. In questi tre anni Lamar ha raccolto il successo meritato, ha messo il suo featuring un po' ovunque (da Eminem ai Tame Impala passando per Mayer Hawthorne) con rime ben mirate ma, in realtà, senza sforzarsi troppo. Poi, alla fine del 2014, è uscito il nuovo disco di Flying Lotus con al suo interno “Never catch me”, una traccia che metteva insieme drum'n'bass e inflessioni jazz e lì si sono intravisti i possibili passi futuri dell'ex ragazzino di Compton.
“To pimp a butterfly” è un caleidoscopio sonoro che non insegue la moda dei facili suoni sintetici e EDM, tanto cari oggi ai rapper, ma attraversa tutta la black music: dalla funkadelia (George Clinton è l'ospite dell'iniziale “Wesley’s theory”) al jazz stratificato di Mingus (“U”) e di Steve Coleman (“The Blacker The Berry”), dalla poesia spoken word (“For Free?”) all'elegante hip-pop funk à la Q-Tip (“These walls”) passando per le atmosfere del Prince più oscuro (“Complexion”) e agli Isley Brothers (campionati - in “i” - e presenti fisicamente in più parti del disco), con sample del Sufjans Stevens di “The Age of Adz” e rimandi ai Radiohead di “Pyramid Song”. Tutto questo ben di Dio è tenuto insieme da una manipolo di produttori (tra cui Flying Lotus, Knowledge e pure Pharrell che firma “Alright”, forse la canzone più debole del disco ma che brillerebbe in qualsiasi altro produzione hip-hop degli ultimi anni), ma sopratutto da Terence Martin, produttore e rapper losangelino che ha instillato dentro il disco dosi massicce di jazz e funk suonate egregiamente da un un manipolo di giovani musicisti come il pianista Robert Glasper o il sassofonista Kamasi Washington che si sono fatte le ossa con Hancock e Shorter, e dal basso pastoso e avvolgente di Thundercat.




Ma a unire il tutto c'è ovviamente Kendrick Lamar, novello cantautore hip-hop, che con i suoi cambiamenti repentini di tonalità e velocità lega le tracce con un discorso a puntate dalla fine della prima traccia fino alla fine della decima e che poi viene ripreso nel coraggioso finale “Mortal man”. Come era già successo nel suo disco esordio, anche qui ogni canzone, ma forse è meglio parlare di mini-suite - è costruita con una complessità drammaturgica rara da ascoltare nell'hip-hop (ma anche nel pop rock): se in “Good kid MAAD city” Lamar guardava la sua storia dall'esterno come in una ipotetica puntata di “The Wire” diretta da Tarantino, oggi volge lo sguardo verso l'esterno, sulle lotte razziali, sui suoi colleghi e sui giochi politici, ma passando attraverso una profonda autoanalisi dei suoi sentimenti controversi. E qui le varie voci che parlano dentro la sua testa rendono tutto più criptico e contraddittoriom così interrogativi, speranze, rabbia e ripensamenti si susseguono e si intersecano, trasmettendo un coinvolgimento emotivo forte e costante per tutta la durata del disco. “U” e “i” sono sicuramente i due estremi del disco: nel primo brano ci troviamo dentro una camera d'albergo con Lamar depresso e delirante che condanna il proprio ego sotto una marcia da New Orleans (‘I know you’re irresponsible, selfish, in denial, can’t help it / Your trials and tribulations a burden, everyone felt it’), per poi ascoltarlo in “i” - qui presente in una versione diversa, più sporca rispetto a quella del singolo - fiero della sua “self confidence” riacquisita. Il suo è un vero e proprio viaggio dantesco negli inferi del successo con tanto di Lucifero (Lucy in “For Sale?”), condito da messaggi del suo mentore Dr.Dre (“Remember the first time you came out to the house? / You said you wanted a spot like mine /Remember, anybody can get it / But the hard part is keeping it, motherfucker” nell'iniziale “Wesley's theory”) e da un dialogo immaginario con l'idolo Tupac Shakur nell'ultima traccia di 12 minuti (“Mortal man”), il quale non solo sa che significa essere famosi, ma conosce anche la morte: in pratica Kendrick Lamar riesuma un'intervista a Shakur del 1994, sostituendosi all'intervistatore svedese.
Ma il trittico fama-depressione-morte è solo uno dei filoni tematici presenti nel disco, c'è poi una profonda critica verso la politica, rappresentata in “Hood Politics” come una lite di quartiere (“boo boo!”) dove gli uomini del governo gettano fango sulle faide tra gang, perché il loro scopo è quello di spaccare intere comunità “From Compton to Congress…ain’t nothin’ new but a flow of new DemoCrips and ReBloodicans / red state versus a blue state, which one you governin’?”.
Ma è sopratutto il tema razziale, come si evince dalla provocatoria e potentissima foto di copertina, il tema che preme più a Lamar e che affronta in tutta la sua complessità e spirito contraddittorio: se da una parte (in “King Kunta”, unico pezzo quasi ballabile del disco) si identifica al protagonista del romanzo di Alex Haley, in “The Blaker, the Berry” si dichiara un ipocrita e paradossalmente ammette le colpe che condivide con ogni singolo cittadino nero per le morti recenti.
“To pimp a butterfly” è davvero un'opera complessa e stratificata che supera a destra “My beautiful dark twisted fantasy” di Kanye West per ricchezza, visione e grandeur, riprendendo i cliché e i luoghi comuni dell'hip-hop per portarli in un terreno più grande e complesso.
Era davvero difficile fare di meglio.