«DUETS: RE-WORKING THE CATALOGUE - Van Morrison» la recensione di Rockol

Van Morrison - DUETS: RE-WORKING THE CATALOGUE - la recensione

Recensione del 25 mar 2015 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

E’ uno che fa le cose a modo suo, del grande bluesman irlandese. Burbero, maniacale nel gestire la purezza della sua musica e della sua persona, senza compromessi. E così anche un’operazione ormai consueta come un disco di duetti si trasforma in qualcos’altro, qualcosa che non ti aspetti, o quantomeno qualcosa che non rispetta gli standard del genere.
"Duets: re-working the catalogue” è un disco di duetti in larga parte anomalo e bello anche per questa anomalia. “Rielaborando il catalogo”, dice il sottotitolo: e in quella frase c’è un mondo, perché Van Morrison è andato a prendere pezzi meno noti del suo immenso repertorio, e li ha rincisi con una serie di nomi non scontati: se ascoltando “Real real gone” con Michael Bublé -si poteva pensare ad un disco di canzoni famose con ospiti altrettanto famosi… Ecco, no: non c’è nulla di banale, da queste parti. Non c’è nessuna “Moondance”, nessuna “Brown eyed girl”. E Bublé - che peraltro è suo fan dichiarato: la seconda canzone del suo primo disco era proprio una rilettura di Van Morrison - è forse la concessione maggiore al mainstream di un disco che potrebbe sembrare un’operazione industriale, e che invece non lo è.

Alla fine “Duets” suona quasi come un disco nuovo, e suona allo stesso tempo come un perfetto campionario dei generi che Van Morrison ha frequentato e frequenta nella sua carriera: il soul, la musica celtica, l’r’n’b, il gospel, il blues e così via.
Morrison è andato a pescare nomi come classici ma non scontati Bobby Womack, Mavis Staples, Mark Knopfler, George Benson, Mick Hucknall, Natalie Cole ma anche stelle nascenti (o già nate) come Gregory Porter, stelle un po’ decadute (ma perfette per l’occasione) come Joss Stone o Mick Hucknall dei Simply Red - amici di sempre come Georgie Fame, suo tastierista e produttore fidato in lunghi periodi della carriera - e nomi minori come Chris Farlowe e P. J. Proby, a cui aveva dedicato una canzone,. E il bello è che Van Morrison li porta a scuola, anche se sono tutti signori cantanti: la sua voce rimane inarrivabile pure di fronte a questo parterre de roi.
I momenti più belli? Il folk di “Irish heartbeat” (la presenza di Knopfler, che del folk è diventato un testimone nella sua carriera solista - è perfetta) e quello di “Street of Arklow”, con Mick Hucknall. O il jazz di "Get on with the show”, o il blues di "How Can a poor boy" con Taj Mahal. C’è l’imbarazzo della scelta.




Dell’ultimo disco, “Born to sing: no plan B” dicemmo al tempo che era un disco senza breaking news, un semplice grande album senza novità di sorta. Qua, invece, gli spunti per raccontare storie e per fare notizia sono presenti a bizzeffe. Questi genere di dischi è fatto per generare un notizia dietro l’altra - ma la vera notizia è che Van Morrison ha fatto un disco di duetti che non sembra tale, e che funziona sotto ogni aspetto: è piacevole ed accessibile da chi non lo conosce bene, ed è quasi inattaccabile anche per gli adepti, per scelta di canzoni, lavoro e scelta dei colleghi. Classe, come sempre.
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