Will Butler - POLICY - la recensione

Recensione del 09 mar 2015 a cura di Claudio Todesco

Voto 6/10
Chitarre elettriche dal suono slabbrato, echi di garage rock anni ’60, testi sarcastici, coretti femminili pop. No, non sono gli Arcade Fire. Eppure l’autore del disco è Will Butler che del
gruppo canadese è una delle anime musicali. Nel debutto solista il fratello minore di Win Butler mette da parte architetture sonore complesse e ambizioni concettuali per dedicarsi a un rock semplice, diretto, animato da un’energia bruciante, ispirato alle Breeders (lo dice lui) e ai Violent Femmes (lo diciamo noi). “Policy” richiama anche il garage rock di quando i dischi venivano incisi su un 4 piste, le band new wave di fine ’70, i neotradizionalisti che negli ultimi trent’anni hanno succhiato energia al punk. È un disco d’altri tempi anche nella durata: 8 canzoni, 28 minuti. Va bene così.

Registrato nel giro un weekend all’ultimo piano degli Electric Lady Studios di New York, dove Jimi Hendrix aveva un appartamento, “Policy” è il disco di un musicista che, liberato dalla necessità di incidere un album “importante”, si diverte a scrivere canzoni spontanee, abbinate a testi dove convivono rabbia e ironia. Butler ha suonato quasi ogni strumento, a parte sassofono e batteria, seguendo il motto “la prima idea è sempre la migliore”. È il pregio e al contempo il limite dell’album: con una produzione più sofisticata sarebbe stato un disco di maggior peso, anche nelle ballate pianistiche “Finish what I started” e “Sing to me” che hanno un rendimento inferiore al loro potenziale. Ma l’album è così, prendere o lasciare. Ogni magniloquenza è bandita da canzoni in parti uguali incazzose e ammiccanti. Incazzose per le parti vocali mai troppo curate, per il tono di “What I want”, per i suoni di chitarra, per i testi carichi di rabbia e frustrazione. Ammiccanti perché il tono è distaccato e le melodie facili, a volte giocose come in “Anna”, con i suoi “pam-pa-pa-pa-pam” e i suoni di tastierina.


Un’inquietudine strisciante si fa strada nelle otto tracce. Butler non la rende esplicita, ci gioca, a volte scrive testi volutamente indeterminati come “Something’s coming”. È l’unico pezzo che ricorda vagamente “Reflektor” degli Arcade Fire e racconta di un non meglio identificato pericolo che si sta avvicinando. La musica è uno scarto della colonna sonora del film di Marcel Dzama “Une danse des bouffons”, un estratto della quale era stato pubblicato la scorsa estate dalla rivista letteraria americana The Believer. E poi c’è “Take my side”, ritratto semiserio di un complottista paranoico ispirato a “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij.

“Privacy” è un disco privo d’ogni pretesa, attraversato da una vena di follia che in alcuni frangenti ricorda i bostoniani Pixies. “È al 100% serio e al 100% scherzoso”, assicura l’autore. Certe sottigliezze sonore ci ricordano che Butler è un musicista più sofisticato di quanto voglia apparire in “Policy”, uno che ha ricevuto una nomination agli Oscar per la colonna sonora del film di Spike Jonze “Her” scritta con Owen Pallett. Ma questa volta ha deciso d’essere immediato e spontaneo, tant’è che l’album risulta in perfetta sintonia con un’altra operazione in cui s’è gettato il musicista. Nel corso dell’ultima settimana di febbraio ha scritto una canzone al giorno ognuna ispirata a un diverso fatto di cronaca riportato dal quotidiano inglese Guardian, dalla crisi del debito greco alla devastazione del museo di Mosul da parte dell’Isis. Buona la prima, insomma. Che è poi lo spirito di “Policy”.

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