«EGOMOSTRO - Colapesce» la recensione di Rockol

Colapesce - EGOMOSTRO - la recensione

Recensione del 11 feb 2015 a cura di Mattia Marzi

La recensione

A tre anni dalla pubblicazione del suo album d'esordio come solista, "Un meraviglioso declino" (disco apprezzatissimo dagli addetti ai lavori, tanto da vincere la Targa Tenco, alla fine del 2012, come "Miglior opera prima"), Colapesce torna sulle scene con una nuova fatica discografica intitolata "Egomostro". L'album è stato descritto dallo stesso cantautore siciliano come una sorta di diario che cerca di riassumere i tre anni trascorsi dalla pubblicazione di "Un meraviglioso declino" e di legare tra loro tutte le esperienze fatte nel corso di questi mesi. Se con il suo primo album da solista Lorenzo Urciullo (questo il nome all'anagrafe dell'artista) aveva cercato di raccontare - con sguardo distaccato, dall'alto - la storia di una coppia di quasi trentenni in procinto di laurearsi nell'Italia dilaniata dalla crisi, sfornando quello che poteva essere considerato senza obiezioni un concept, con il suo secondo disco da studio Colapesce decide invece di guardarsi dentro, scavare dentro sé stesso con fare introspettivo. Da qui il titolo dell'opera, "Egomostro", che poi non sarebbe altro che il suo mostro personale, le sue ossessioni e le sue paure: paura dell'ansia, della necessità di ricercare ossessivamente il successo e la fama, paura delle aspettative. In altre parole, i mali che affliggono - in un momento storico di profonda crisi, economica ma anche e soprattutto sociale e spirituale - la società moderna.





"Egomostro" è stato prodotto dallo stesso Colapesce in collaborazione con Mario Conte, musicista e arrangiatore noto ai più per aver collaborato recentemente con Meg; diversi i musicisti che hanno preso parte alle registrazioni dei dodici brani contenuti all'interno dell'album (che diventano quattordici se si considerano anche l'intro e l'outro): si va dal bassista Giuseppe Sindona al polistrumentista Alfredo Maddaluno, passando per il percussionista Fabio Rondanini (Niccolò Fabi, Afterhours, Calibro 35), Vincenzo Vasi e Benz (entrambi già collaboratori di Vinicio Capossela) e il sassofonista Gaetano Santoro. Ciò che caratterizza "Egomostro" è la vasta gamma di strumenti impiegati nelle registrazioni delle canzoni, tra loro molto diversi: si va dalla drum machine al flauto a naso, passando per il theremin, le chitarre elettriche, il pianoforte, il marxophone, il vibraphonette, il glockenspiel, il sax tenore e baritono, il trombone, il violino e la viola. In questo senso, l'album si presenta all'ascolto come un puzzle fatto di pezzi differenziati a livello di sonorità e di colore, che oscilla tra eccessi e mancanze, tra il troppo pieno e il semi-vuoto; l'ascolto, da parte sua, assume i connotati di una visita turistica in una grande casa all'interno della quale troviamo tante stanze quanti sono i brani che figurano in "Egomostro".
Ad aspettarci sulla porta c'è lui, Colapesce, che ci introduce nella sua abitazione sulle note dell'intro, "Entra pure": "Dentro la bocca dell'io estraggo il dente, crolla la mia integrità. Hai un fucile già carico, carico a paure: vuoi spararmi contro?", canta su una melodia misteriosa e inquietante il cantautore (che intanto ci invita ad accomodarci in salone). Un salone barocco, ornato di tanti - forse troppi - ornelli e fronzoli, intitolato "Dopo il diluvio": che è una canzone bagnata dal fuzz e dai suoni elettronici in maniera esagerata, esasperata, una sovrabbondanza di input che rischia di esplodere in un cortocircuito. Per un salone barocco, però, troviamo per tre sale relax in cui l'atmosfera generale si fa più pacata, rallentata, quasi spenta: "L'altra guancia" è un brano dalle sonorità minimal e dalla dimensione essenziale (in cui a farla da padrone è la voce di Colapesce), "Sold out" è una canzone riflessiva e meditabonda che il cantautore interpreta quasi sottovoce (tra le righe del brano si possono leggere le difficoltà della nostra epoca - l'epoca dei social - nell'instaurare relazioni a lungo termine, la freddezza dell'amore ai tempi dei social: "Un insieme di mancanze mi tengono distante da te. Su Skype sei assente, rileggo conversazioni azteche") e sonorità minimal caratterizzano anche "Passami il pane" (con Colapesce che ripete a mo' di mantra: "Sentenze più luoghi comuni, il cancro di una relazione"). "Copperfield" è una bella sala giochi in cui predomina il divertimento: il brano si apre con percussioni quasi tribali, per poi lasciare spazio ad una chitarra e a suoni sintetici in sottofondo (fino a quando non subentrano, avulsi, gli archi - suggestioni diverse che si susseguono, rincorrendosi: dalla musica afrobeat a Vivaldi). Ci sono poi due sale in tema discoteca: "Egomostro" (con un ritornello di grande effetto composto da quattro note che prima ascendono e poi discendono) e "Brezsny", in cui riecheggiano sonorità dance anni '80. La cucina, "Reale", è un posto rilassato in cui a dominare sono sonorità più acustiche, complici anche le presenze di Rondanini alle percussioni (reali), di Gaetano Santoro al sax e di Roberto Solimando al trombone; il corridoio, lunghissimo, si compone di tre sezioni in cui si alternano sonorità acustiche ad altre elettroniche: "Sottocoperta", "Le vacanze intelligenti" e "Mai vista". La camera da letto di Colapesce si intitola "Maledetti italiani" ed è una delle stanze più belle della casa; il brano, dalle sonorità vagamente blues sporcate di elettronica, è una critica alla società italiana moderna e ai luoghi comuni ("Ci sentiamo vittime, ci sentiamo soli: si alza un tipo sospetto che grida 'Fermi tutti ci sono gli sconti da Zara!'") condotta dal cantautore con l'aria di chi si sente un pesce fuor d'acqua, un alieno in un mondo che non è il suo: "Non sono un italiano vero" canta desolato Colapesce. Che dopo averci guidato nella visita del suo "Egomostro", con sguardo serio, ci congeda sulle note dell'outro "Esci pure": "Meravigliosa sarai, amore e fine hanno in comune l'età. Con un leggero malessere riconquistiamo la bellezza". E uscendo, sorpresi, avvertiamo la sensazione di aver trascorso quaranta minuti in un'altra - incredibile - dimensione.
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