«SHADOWS IN THE NIGHT - Bob Dylan» la recensione di Rockol

Bob Dylan - SHADOWS IN THE NIGHT - la recensione

Recensione del 03 feb 2015 a cura di Alberto Sibilla/Gianni

La recensione

Affinità elettive tra Bob Dylan e Frank Sinatra? Se dovessimo stabilire chi è il Grande Cantante Americano, il corrispettivo musicale del Grande Romanzo Americano, Dylan e Sinatra, sarebbero in gara assieme a ben pochi altri candidati.
Dylan ha sempre giudicato Sinatra come un simbolo della musica americana e ha sempre amato le canzoni di Sinatra. Già in passato aveva cantato come un crooner in "Self portrait" e in "Dylan", con una voce influenzata sicuramente da Elvis (terzo candidato al Grande Cantante Americano) e appunto da Sinatra. Sempre per restare nella tradizione, ha inciso un disco natalizio, "Christmas in the heart", che sembra cantato dal fratello rauco (e ubriaco) di Sinatra.
Dai fan e da parte della critica gli album di cover sono considerati come momenti di temporanea follia o di carenza di idee. Anzi, c'è ormai un'insofferenza diffusa, dovuta alla sovraesposizione del formato. Ma "Shadows in the night" Non è un disco di cover, non è un disco di standard. E’ un gran disco, da ogni punto di vista: la scelta dei brani, l’arrangiamento, l’interpretazione, l’idea.
Le recenti riedizioni discografiche ("Self Portrait" e le "Basement tapes") rendono evidente che Dylan è artista alla continua ricerca di tutte le componenti e delle radici della musica americana, siano esse popolari e di protesta, provenienti dalla tradizione ottocentesca o seguano il grande mainstream tra la canzone d’amore e il jazz che costituisce il Great American Songbook. Queste sono le premesse per capire che Dylan ama questa musica. Questo album è una ridefinizione o riscoperta di Dylan verso se stesso e verso il suo pubblico. Sono molti i punti di contatto tra Dylan e Sinatra: in particolare sono artisti accumunati dalla ricerca di indipendenza nei confronti del business musicale e dalla continua distruzione/reinvenzione della propria immagine. Questa autonomia ovviamente porta alle cadute e resurrezioni che hanno caratterizzato le vite dei due cantanti.

Come ascoltare allora l’ultimo album di Dylan? Forse la risposta sta in un ascolto comparato delle canzoni che compongono l’album nelle due versioni Sinatra e Dylan: Le versioni di Sinatra si dipanano con un’orchestrazione perfetta, mai pesante, con ogni strumento in giusta luce e con una voce incredibilmente piacevole, senza la minima sbavatura. Sono incisioni anche tecnicamente perfette. Dylan nella sua riscoperta, ha un suono aspro, mixato come se fosse registrato dal vivo con una band di cinque elementi, con qualche coloritura sullo sfondo. Nell’era digitale rifiuta qualsiasi aggiustamento tecnico. Secondo Dylan erano canzoni sepolte e il disco le riporta alla luce del giorno, cercando di cogliere la perfezione nella loro semplicità.
Perché ha scelto queste canzoni? Lo dice Dylan stesso in una lunga intervista a Aarp.org: la maggior parte delle canzoni attuali trattano del vizio, queste “sono canzoni di grande virtù”. Al vizio non si sopravvive secondo Dylan.
Anche se "Tempest" era l’album del vizio, della perdizione e della morte per eccellenza; Dylan riesce sempre a rimescolare le carte, con un album che è anni luce da tutti i dischi che rileggono il “Great american songbook” che ci sono stati propinati in questi anni e dalle interpretazioni filologiche di Sinatra (tipo Mina ne "L'allieva", per rimanere in Italia).
E funziona. E in questo album Dylan dimostra di saper cantare, quando vuole: la fragilità della voce è un'ulteriore elemento di emozione più che di debolezza . E dimostra di sapere interpretare, cosa che spesso ha evitato di fare, soprattutto con le proprie canzoni, volutamente snaturate nei concerti. Qua Dylan è molto rispettoso delle melodie originali, meno degli arrangiamenti: il risultato è un disco notturno, che tratti ricorda il Dylan di Daniel Lanois ma che emoziona sempre, in ogni momento. Chapeau.
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