«WHAT A TERRIBLE WORLD, WHAT A BEAUTIFUL WORLD - Decemberists» la recensione di Rockol

Decemberists - WHAT A TERRIBLE WORLD, WHAT A BEAUTIFUL WORLD - la recensione

Recensione del 19 gen 2015 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

“Concept album” rimane, per alcuni, l’insulto peggiore che puoi fare ad un disco. E’ sinonimo di pretenzioso, noioso; fa pensare a qualcuno che si ritiene in grado di produrre un capolavoro, di autoproclamarsi al di sopra del buon gusto e del buon senso della canzone.
Tranquilli: "What a terrible world, what a beautiful world” è l’opposto di un concept album. E’ una semplice raccolta di canzoni, che semplice non è.
Il fatto è che i Decemberists ci hanno abituati bene - o male, a seconda dei punti di vista. Colin Meloy è diventato una figura di culto per chi è cresciuto musicalmente nel decennio scorso, assieme a Ben Gibbard e a i suoi Death Cab For Cutie. Entrambi hanno scelto di uscire dagli schemi classici della canzone, dal strofa-ritornello-strofa - pur rimanendo saldamente attaccati alla melodia: questo gioco ha fatto presa su una nuova generazione di ascoltatori che non si riconosceva nel vecchiume del rock classico, nelle paraculaggini di certo indie-rock o nel pop. I Decemberists si sono imposti - oddio, “imposti” è troppo; diciamo che si sono creati una solida credibilità ed un solido seguito - con dischi dove lunghe suite e narrazioni complesse ti prendevano per mano e ti portavano altrove. Avevano pure esagerato, perché “The crane wife” venne duramente criticato per queste ambizioni, peraltro già abbandonate per il precedente “The king is dead”.
Dopo 4 anni tornano con questo album e consegnano forse non il loro disco più bello, sicuramente non il più ambizioso, sicuramente il più a fuoco. Il più semplice, appunto: e per essere semplici ci vuole una grande esperienza e una grande maturità.
La grandezza dei Decemberists sta nel modo in cui fanno sembrare semplice e naturale ciò che semplice e naturale non è, ovvero scrivere canzoni dritte, melodiche e memorabili, ma mai banali, o che ti facciano dire “dove l’ho già sentita questa?”.
Le citazioni, dirette ed indirette, si sprecano, nei 14 brani: “Lake song” echeggia Nick Drake, “The wrong year” ha un giro di chitarra elettrica che sembra uscire dalla penna di Johnny Marr. Make you better” è la miglior canzone dei R.E.M. mai scritta da quando la band si è sciolta. Forse proprio i R.E.M. (quelli più folkeggianti, quelli di “Fables of the reconstruction”, per intenderci) sembrano il riferimento più diretto dei Decemberists odierni.




Fatto sta che Colin Meloy e soci sono oggi tra i migliori retro-futuristi in circolazione: riescono a far sembrare odierni il folk e il blues, persino certe atmosfere “twang” (“Easy come, easy go”), in maniera meno eclatante dei Mumford & Sons.
Non c’è una canzone sbagliata, in questo album: “What a terrible world, what a beautiful world” è un disco-disco, una sorta di "greatest hits di canzoni inedite", come ci hanno raccontato nell'intervista che pubblicheremo domani, 20 gennaio. Un album vecchio stile nei suoni e nelle idee se vogliamo: non c’è una grande storia, non racconta grandi storie - si dice che Meloy abbia voluto parlare più di sé e fare meno il narratore. Non c’è nulla di eclatante, appunto: è un disco che non fa notizia, se non per il fatto che arriva a quattro anni dal precedente; questo, in un periodo in cui ogni artista deve continuamente dare in pasto qualcosa al pubblico, ai social, ai media, può essere un limite. Ma ce ne fossero di dischi con questi limiti….
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