Una volta, banalmente, si diceva “molti nemici, molto onore”. Ma anche roba tipo “Ogni tuo successo ti crea un nemico; per essere simpatico occorre essere mediocre” (Oscar Wilde – o qualche talentuoso autore di frasi da cioccolatino). Eppure questo tipo di saggezza da coda all’ufficio postale o da sala d’attesa del dermatologo non fornisce una spiegazione convincente, davvero inattaccabile del fenomeno. Non è il semplice – e tragico, per chi ricorda la fonte della citazione – “è tutta invidia, vostro Onore” a giustificare tutto ciò. No. Perché una simile polarizzazione di opinioni, così duratura e intransigente, è davvero un oggetto eccezionale e di rara frequenza. Nickelback, specialmente online, è ormai un meme ; accusare qualcuno di ascoltare la band è un preciso gesto di dileggio... eppure, per quanto terribile possa sembrare tutto ciò, a un’analisi più approfondita possiamo tranquillamente dire di essere nel proverbiale reame del gesto perfetto: se l’importante è che si parli di un prodotto per venderlo, i Nickelback hanno fatto tombola. E lo sanno perfettamente – altrimenti sarebbero molto più rabbiosi e (c)attivi nel rispondere alle martellanti domande sul “perché tanto odio?”, immancabili nelle interviste.
Ma veniamo al punto: al netto del pistolotto di marketing filosofico-sociologico, come è “No fixed address”?
Questo album è degno figlio del paradosso che lo ha generato. Ha tutte le carte in regola per piacere a un vasto pubblico, mischiando ruffianamente rock muscolare con vaghi afflati grunge/alt metal, ad atmosfere più club e dance. Insomma, panem et circenses, roba leggera, che intrattiene senza pretese e senza nulla domandare all’ascoltatore. Corporate rock che più corporate non si può: ben prodotto, ben studiato, ben promosso, ben distribuito, ben “costruito”. Insomma, tutto troppo prefabbricato. E infatti i Nickelback fanno un ottimo rock per chi il rock vero e proprio non lo ascolta più da tempo. O non lo ha mai ascoltato. Nessuno snobismo o giudizio gratuito in questa affermazione: la vita non obbliga nessuno a essere un rocker o una rocker. Anzi. E infatti il merito della band canadese è di avere azzeccato il giusto mix per piacere a una fetta di mercato bella grande, confezionando un prodotto vincente: il rock di marzapane da condominio residenziale, servito in comodo kit usa&getta. Al bacino di utenza principe di questo genere, peraltro, senza dubbio appartengono molti fra gli hater dei Nickelback più accaniti, che non riescono a fare pace con il proprio essere (e magari i Nickelback finiscono per ascoltarli cento volte in una giornata, come musica di sottofondo, godendoseli anche e senza sapere che si tratta di loro).
Dance, rock, grunge e pop si rincorrono per tutto l’album, regalando anche momenti di quasi-perfezione formale, che sicuramente causano brividi di piacere alla base del collo di ogni executive e manager di major che si rispetti. Ma il problema è che, anche se difficilmente si può dire di disprezzare “No fixed address”, parimenti non si può dire di ricordarne un titolo o un brano dopo l’ascolto. Scivola via in blocco, senza colpo ferire, come una hit dell’Eurovision Song Contest di 20 anni fa infilata a tradimento nella playlist del supermercato più vicino a casa. Solo con aspirazioni rock – lucide, colorate, un po’ finte e ben illuminate, da piazzare negli espositori subito a ridosso delle casse, fra i chewing-gum, i rasoi, le batterie alcaline e i preservativi.