«THE LONDON SESSIONS - Mary J. Blige» la recensione di Rockol

Mary J. Blige - THE LONDON SESSIONS - la recensione

Recensione del 28 nov 2014 a cura di Michele Boroni

La recensione

Per niente facile fare R&B nell'epoca di Beyoncé, cioè nell'era di chi riesce al tempo stesso ad essere larghissima in termini di popolarità, e che si permette anche di andare in profondità con suoni sofisticati e poco commerciali (il suo ultimo disco “Beyonce” non conteneva alcun singolone pop ed era molto cupo e personale, e comunque ha avuto un gran successo).
Quindi per essere rilevanti in termini commerciali e di status è necessario inventarsi qualcosa di nuovo, alzare la testa dai soliti suoni degli studi di Los Angeles, New York e da certo hip-hop e andare dove nascono quelle cose abbastanza nuove da essere state già state in parte digerite dalle orecchie del grande pubblico.

E' questo più o meno il ragionamento che deve aver fatto un po' di tempo fa Mary J Blige, ultra quarantenne black singer definita sia l'erede della Franklin e di Chaka Khan che, per non rischiare di passare il resto della sua carriera in qualche sala da concerto di albergoni a Las Vegas, se ne è andata a Londra a conoscere personaggi di spicco della EDM (Disclosure) e del pop soul (Sam Smith, Naughty Boy, Sam Romans, prezzemolino Emeli Sandé). Dopo una paio di collaborazione sporadiche - con i Disclosure in F for You - ecco che arriva questo, didascalico fin dal titolo, “The London Sessions.





Si respira Londra fin dalla prima traccia; in “Therapy” le atmosfere e il testo riportano subito a Amy Winehouse e alla sua “Rehab”, anche con un senso opposto ("Perché dovrei passare il resto dei miei giorni infelice / Quando posso andare in terapia due volte al giorno?" canta Mary tra Hammond, clap hands e cori gospel). Tutto il disco si muove tra la soulful house mischiata all'elettronica e una serie di ballate. Le canzoni con i Disclosure (“Follow”, “Right now”) sono quelli che colpiscono al primo ascolto, ma anche gli altri pezzi up tempo come “Nothing but you” e “Pick Me Up” (altro gran riempipista dove la Mary a un certo punto, presa dall'entusiasmo, si lancia in un michaeljacksoniano “shamone”) funzionano a meraviglia. Per quanto riguarda le ballate si alternano quelle classiche del repertorio black (“When You're gone”, “Not Loving you”, “Worth my time”) a pezzi come “Whole Damn Year” un piccolo capolavoro di sintesi di nuovo soul inglese interpretato con un'intensità rara da trovare tra le voci inglese, solitamente piuttosto fredde e impostate.

E qui sta proprio la grandezza di Mary J Blige: sia se la metti con gli U2 o con Andrea Bocelli, con i nerdoni londinesi o con il più tamarro rapper di L.A., riesce sempre a trasmettere il suo soul senza mai snaturarlo.
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.