«LOST ON THE RIVER - New Basement Tapes» la recensione di Rockol

New Basement Tapes - LOST ON THE RIVER - la recensione

Recensione del 12 nov 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Ci vuole un bel coraggio a mettere la mani sui “Basement tapes” di Dylan e su quel periodo creativo. Anche se ti chiami Elvis Costello, o T Bone Burnett. Perché i Basement Tapes - le canzoni che Dylan incise in uno sottoscala con la Band nel ’67, dopo l’incidente motociclistico - sono considerate un capolavoro, e come tali quasi intoccabili. La storia di questi “Basement Tapes” e del supergruppo nasce dalla scoperta di una serie di testi che Dylan scrisse in quel periodo, ma che non musicò. Il suo editore, con il consenso di Dylan stesso, li ha portati a T Bone Burnett. Che ha messo insieme questo gruppo, formato da Costello, Rhiannon Giddens (Carolina Chocolate Drops), Taylor Goldsmith (Dawes), Jim James (My Morning Jacket) e Marcus Mumford (Mumford & Sons). Ognuno di loro ha scritto delle basi musicali per queste canzoni, poi tutti insieme le hanno incise.
L’operazione in sé non è nuova, se si pensa ai due volumi di “Mermaid Avenue”, ovvero testi inediti di Woody Guthrie musicati da Wilco e Billy Bragg a fine anni '90. Solo che Dylan è ancora vivo, e i Basement Tapes originali pure: tanto che, dopo l’annuncio di questo lavoro, la Sony ha annunciato pure la pubblicazione del box con le sessioni complete: così questi due album escono ad una settimana di distanza.

Però se c’è uno che poteva reggere questa sfida è T Bone Burnett. Il miglior produttore “classico” in circolazione, un re Mida della musica americana, da album tradizionali, a colonne sonore (“Brother were art thou?”, per dirne una) alle serie TV (suo lo splendido lavoro fatto sula musica di “Nashville” e “True detective”). E infatti basta dimenticarsi che i testi di queste canzoni sono di Dylan (fa un certo effetto vederlo come co-autore di tutti brani) e il risultato è un signor disco.
Soffre un po’ delle operazioni di questo genere: ovvero le canzoni assomigliano molto, forse troppo ai loro autori: “Down on the bottom” e “Nothing to it” suonano come i My Morning Jacket (e infatti sono di Jim James). “Married to the hack” e “Six months In Kansas City (Liberty Street)” sembrano uscite dai dischi di Costello, così come “Kansas City” sembra uscita da un disco dei Mumford. Insomma, i testi di Dylan alla fine sono una scusa, quasi - peraltro ripetuta, perché certi sono stati musicati e adattati da più autori, e ripetuti.
Non voleva creare competizione, ma coperazione tra i musicisti: così ogni idea è stata incisa, e dalle 40 canzoni registrate in due settimane, 20 vanno a formare questo disco. Che ha il rischio di essere un po' dispersivo, qua e là, di avere qualche alto e basso, compensato dalla mano di Burnett nei suoni, che tiene tutto assieme.
"Lost on the river" alla fine ha difetti e dei pregi tipici dei dischi dei supergruppi: più pregi (molti, vista la qualità dei nomi) che difetti. Dylan o non Dylan, è (semplicemente, ma non troppo) un ottimo disco, con una po' di fardello e una bella storia per la sua origine.
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