«TELL'EM I'M GONE - Cat Stevens/Yusuf Islam» la recensione di Rockol

Cat Stevens/Yusuf Islam - TELL'EM I'M GONE - la recensione

Recensione del 27 ott 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Yusuf Islam e Cat Stevens hanno fatto pace, si sono ricongiunti e assomigliano sempre di più alla stessa persona. E' un percorso ricominciato, a sorpresa, nel 2006 con l'album "pop" "An other cup", rinvigorito tre anni dopo con il disco folk "Roadsinger" e portato a pieno compimento con "Tell'em I'm gone", il nuovo capitolo ispirato al blues e in cui - a sessantasei anni - l'uomo dalla lunga barba bianca e l'aspetto mistico/sacerdotale di oggi ritrova il riccioluto cantautore di belle speranze che a metà anni Sessanta bazzicava i club folk e jazz di Soho, a Londra, entusiasmandosi come tutti i coetanei per il revival del rhythm&blues e i vecchi dischi di Leadbelly e Muddy Waters. Quel dimenticato (e ignoto al grande pubblico) amore per la musica del Delta riaffiora in questo nuovo album assemblato con l'aiuto di un timoniere esperto come Rick Rubin e di un protagonista d'epoca dalle credenziali doc come l'ex Yardbirds Paul Samwell-Smith (impegnato ai missaggi); una raccolta di canzoni che profuma di antico ma con uno sguardo ironico, affettuoso e tagliente al passato: il migliore della "trilogia del ritorno", probabilmente, anche se grazie soprattutto a una intrigante scelta di cover che coprono la metà esatta dei dieci pezzi in scaletta.

Alcune famosissime, a partire dalla title track: una "prison song", un canto di lavoro ferroviario sedimentato nella cultura bianca e afroamericana, nel bluegrass come nel repertorio di Leadbelly e Mississippi John Hurt. La versione di Yusuf non è superflua, perché non è didascalica: inizia come una marcia celtica scolpita da un basso e dalla chitarra elettrica di Richard Thompson prima di approdare in Africa Occidentale grazie agli intarsi ipnotici dei Tinariwen . I bluesmen nomadi del Mali conferiscono un sapore esotico e misterioso anche a "You are my sunshine", lo standard anni Trenta portato al successo da Bing Crosby, Ray Charles e il tardo Johnny Cash che nei Paesi anglosassoni cantano anche i bambini a scuola: potrebbero sembrare scelte dozzinali e scontate e non lo sono, perché dietro le lenti spesse dei suoi occhiali, della sua memoria e della sua esperienza di vita Yusuf le rilegge in modo intimo, personale e non proprio rispettoso del canone. E se "The devil came from Kansas", rockeggiante, elettrica e rabbiosa, è un omaggio esplicito ai Procol Harum del classico album "A salty dog" (con l'aiuto, alla voce, di Will Oldham ), un altro classico a dodici battute - "Big boss man" di Jimmy Reed - serve a Yusuf per riflettere sulle sperequazioni economiche e sociali che ancora affliggono il mondo, viaggiando leggero e spedito tra un piano elettrico, un'armonica, percussioni un po' latineggianti e una chitarra che ricorda il "dio" Clapton e JJ Cale. Un filo diretto la lega a "Gold digger", un blues swingante e un po' evanescente che funziona come un'altra parabola moraleggiante contro l'avidità umana, e a "Editing floor blues", dove è ancora l'armonica ruggente del venerabile Charles Musselwhite a colorare un bell'impianto sonoro e un testo esplicitamente autobiografico ("Sono nato nel West End nell'estate del 1948...").





Lo stile classico di Cat Stevens, il cantautore sensibile e carezzevole che nei Settanta portò nel mainstream il folk umbratile e pensoso della Island Records, emerge invece solo a sprazzi: nella cristallina ballata pianistica "Dying to live" (un'altra cover, stavolta firmata da Edgar Winter) di cui Yusuf si appropria senza sforzo apparente, o in "Cat & the dog trap", somigliante a una di quelle delicate filastrocche che ne hanno fatto la fortuna. Ma anche su questo fronte spira un vento piuttosto fresco, e i titoli che aprono e chiudono l'album sono tra i migliori: l'ottima "I was raised in Babylon", un dialogo acustico con la chitarra di Thompson, potrebbe essere un reperto scovato nelle cantine del Les Cousins o di qualche altro folk club londinese dei Sixties, non fosse per la consapevolezza di vivere in un impero inesorabilmente in declino; mentre "Doors", introdotta da piano e organo, è una ballata solare dagli inusitati e intensi accenti gospel soul (a dispetto di una tastierina dal suono fastidioso). Nuove sfumature, vecchie certezze: nel fare i conti con il suo passato e ricomponendo la frattura tra le sue due esistenze Yusuf si è rivitalizzato e ha ripreso a parlare una lingua universale.
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